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La tempesta del secolo – La notte in cui nacque la fantascienza

di Federica Caslotti

Il 1816 fu un anno particolarmente funesto. Durante le prime settimane di Aprile, la spaventosa eruzione del vulcano Tambora aveva riversato grandi quantità di cenere vulcanica nell’atmosfera, causando un drastico abbassamento delle temperature. L’estate quell’anno parve non arrivare mai, e l’Europa, che si stava ancora riprendendo dai disastri delle campagne napoleoniche, dovette affrontare anche la grave carestia che derivò dallo sconvolgimento del clima.

Quell’estate (il 16 giugno, per l’esattezza), in un’antica villa affacciata su un lago svizzero, in una notte di tempesta particolarmente feroce, una giovane donna si svegliava di soprassalto in seguito a un terribile incubo.

Ancora non lo sapeva, ma quel sogno avrebbe cambiato la sua vita. E la storia della letteratura.

Mary Wollstonecraft Godwin nasce nel 1797, figlia di William Godwin, filosofo e politico britannico, e Mary Wollstonecraft, fondatrice del femminismo liberale e autrice di A Vindication of the Rights of Woman. Non conosce mai la madre da cui ha ereditato il nome: la donna muore pochi giorni dopo la sua nascita, a causa delle complicazioni del parto. Il padre William cerca di non far mancare niente alla bambina, si adopera perché abbia un’istruzione completa e libero accesso alla sua biblioteca. «Voglio che cresca come un filosofo,» scrive a un amico, «anzi, come un cinico.»

Mary passa un’infanzia tutto sommato serena. Una serenità che purtroppo non dura.

Ha sedici anni quando incontra per la prima volta Percy Bysshe Shelley, l’uomo che amerà per tutta la vita. Lui ha cinque anni più di lei, è sposato e frequenta la casa del padre insieme alla moglie, ma il loro amore è così bruciante che li spinge a fuggire insieme. Shelley crede nell’amore libero, non vuole vincoli. Lei è giovane e innamorata, e se apparentemente abbraccia i suoi ideali, di fatto si comporta come se fossero sposati, assumendo il suo cognome e conducendo al suo fianco una vita di stenti.

È gracile Mary, e spesso malata. A diciassette anni ha già partorito due figli, e li ha seppelliti entrambi. E in quella terribile estate passata a Villa Diodati, la residenza affittata dal loro grande amico George Byron, è il lutto per la perdita dei figli a tormentare Mary e ispirare i suoi incubi. Sogna di riscaldare un bambino vicino al fuoco, di strofinargli la fronte finché non ritorna in vita, e poi si sveglia, solo per trovare la culla vuota. Le giornate a Villa Diodati scorrono grigie, i giovani presto si annoiano, e Byron propone un gioco: cominciano a leggere storie macabre e dell’orrore, e quando queste terminano propone di inventarne loro stessi.

Per giorni Mary rifiuta di partecipare, asserendo di non avere una storia da raccontare. Finché la storia non le appare in sogno.

Ho visto il pallido studioso di arti blasfeme inginocchiato accanto alla cosa che aveva assemblato. Ho visto l’orrida imitazione di un uomo lì distesa, e poi, con l’intervento di un potente macchinario, dare segni di vita, e alzarsi con un moto impacciato, vivo solo a metà. Deve essere terribile, poiché estremamente terribile deve essere il risultato di qualunque tentativo da parte dell’uomo di imitare il sommo Creatore del mondo.

Chissà se la storia del giovane medico ambizioso e della sua sventurata creatura hanno consegnato a Mary la vittoria in questa amichevole competizione privata. Di certo ha impressionato molto Percy, che spinge Mary ad ampliarla e pubblicarla, ma anonimamente, perché si sa che una donna non può scrivere nulla di serio. Comincia a circolare l’idea che Shelley sia l’autore di quello che, tra critiche durissime ed elogi sperticati, diventa presto un best seller. E quando la seconda ristampa esce con la firma di Mary, è uno scandalo.  

Se consideriamo la fantascienza come il genere in cui si esplorano le potenzialità della scienza e le conseguenze che essa può avere su di noi e sulla nostra umanità, allora Frankenstein, o Il Prometeo moderno deve essere considerato il primo romanzo di fantascienza della storia. Ma è molto di più.

In quest’opera in realtà, Mary, discretamente ed educatamente, dedica un gigantesco dito medio alla società ottocentesca e alla misoginia in essa radicata.

Le donne non sono ritenute in grado di ragionamenti logici e complessi, per questo non hanno il diritto di testimoniare in tribunale. Eppure sia Justine, la governante accusata di un orrendo omicidio, che Elizabeth, la donna amata da Victor, lo fanno, nonostante la cosa nella realtà sarebbe stata loro impedita, e dai loro discorsi emerge un’intelligenza profonda, un’interiorità complessa e la capacità di esprimere le loro idee in modo logico e convincente.

Forse ancora più sovversivo è quello che avviene quando Victor si accinge a creare una compagna per la sua Creatura: quando vede il corpo della donna che ha creato, si rende improvvisamente conto che questa potrebbe non amare il mostro, e addirittura potrebbe lasciarlo, rendendolo ancora più malvagio e arrabbiato. In un’epoca in cui la donna viene considerata un oggetto, una proprietà del padre o del marito, non in grado di partorire un pensiero logico proprio, Mary Shelley prende in considerazione l’idea che una donna, per quanto mostruosa, possa ribellarsi al destino stabilito per lei, addirittura lasciare il “marito”, e questo può avvenire perché questa donna è forte, perché non ha bisogno di niente e nessuno per sopravvivere, perché è imprevedibile e indipendente, e questa indipendenza la rende così pericolosa agli occhi di Victor che l’uomo decide di distruggerla.

Ma il messaggio veramente rivoluzionario e provocatorio è più nascosto nel testo. In questo romanzo Victor e tutti gli altri personaggi di sesso maschile appaiono totalmente incapaci di gestire le proprie emozioni: sono infatti le donne, e in particolare Elizabeth, a farsi carico del fardello di consolare, aiutare, mettere costantemente da parte il loro dolore per sobbarcarsi quello degli altri, completamente dimentiche di se stesse. E ciò che la creatura rimprovera a Victor è di avergli negato il suo affetto, di averlo abbandonato dopo avergli dato un aspetto così terribile da rendergli impossibile trovare amore ed empatia in chiunque altro. Victor Frankenstein è ossessionato dall’idea di creare la vita, ma una volta fatto questo non è in grado di prendersene cura, non è in grado di sobbarcarsi quel fardello emotivo di cui nella società in cui è cresciuto si fanno carico le madri, le donne. Forse se Victor si fosse degnato di imparare a controllarsi avrebbe avuto la forza di stare accanto alla sua Creatura, quell’essere sensibile e intelligente reso mostruoso dalla sofferenza e dalla solitudine. Victor non gioca a sostituire Dio: aspira a sostituirsi alla Madre, quella che sia lui che Mary Shelley hanno perso, quello che Mary vorrebbe diventare.

Frankenstein non ci insegna a guardarci dalla scienza, ma a guardarci da noi stessi e da quello che possiamo fare nel momento in cui dimentichiamo cos’è che ci rende umani.

Per approfondire vi lascio al fantastico video di PipReads sul femminismo di Frankenstein:

(Le illustrazioni sono di Felicita Sala, dal libro She Made a Monster)

Un pensiero riguardo “La tempesta del secolo – La notte in cui nacque la fantascienza”

  1. Ci sono davvero tanti punti di contatto tra la tua analisi (che condivido) e una delle parodie più complete e sottovalutate di tutti i tempi della storia di Frankenstein: lo spettacolare “Rocky Horror Picture Show”, con il suo mostro (questa volta, però, bellissimo) e l’indimenticabile dottor Frank-N-Furter – nomen omen.
    Bellissimo articolo!

    "Mi piace"

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