#3×02 Guida pratica per ragazze metal | Frankenstein di M. Shelley

Chiuso entro la mia creta, t’ho forse chiesto io, Creatore, di diventare uomo? T’ho forse chiesto io di trarmi dalle tenebre?

Paradiso Perduto, John Milton

]Non possiamo cominciare a parlare di Mary senza citare i suoi genitori. Il padre William Godwin è un uomo coltissimo: filosofo, scrittore, pensatore anarchico, ma anche poeta (https://www.youtube.com/watch?v=7PflwGL8s10), ispiratore di parte del Romanticismo inglese, in particolare John Keats, Percy Bysshe Shelley e George Byron, che diventerà l’eroe romantico per eccellenza. La madre, Mary Wollstonecraft, è una FIKA, scrittrice, filosofa, una delle prime teoriche del femminismo, autrice di A Vindication of the Rights of Woman (1792), dove per la prima volta viene esposta l’idea rivoluzionaria che le donne non sono stupide e hanno le stesse capacità di apprendimento degli uomini, solo che non hanno le stesse opportunità. Mary e William sono perfettamente d’accordo su diversi punti di vista, ad esempio entrambi non credono nell’istituzione del matrimonio, e infatti si sposano solo dopo che Mary resta incinta, per non permettere alla società di ostracizzarla e alle malelingue di sparlare di lei, e dopo il matrimonio acquistano due case adiacenti ma separate, in modo da mantenere ciascuno la propria indipendenza.

Sembra un ambiente decisamente sano e positivo in cui mettere al mondo la bambina, che nasce nel 1797. Purtroppo la vita della piccola Mary comincia già segnata dal lutto: la madre, da cui ha ereditato il nome, morirà infatti pochi giorni dopo la sua nascita, a causa delle complicazioni del parto. 

Il padre William cerca però di non far mancare niente alla bambina, e si adopera perché abbia un’istruzione completa e libero accesso alla sua biblioteca, con l’aspirazione di crescerla “come un filosofo”. 

Nonostante la grave perdita, l’infanzia di Mary scorre serena, tra le amicizie stimolanti del padre e continui argomenti con cui esercitare la sua vivace intelligenza. Questa serenità finisce indovina un po’ perché incontra un uomo.

Percy Bysshe Shelley ha cinque anni più di Mary, e viene da una famiglia aristocratica. Viene ammesso all’Università di Oxford, ma ne viene prontamente espulso per aver pubblicato un opuscolo sull’ateismo. Dopo essere stato disconosciuto dal padre per lo stesso motivo, fugge con una giovane studentessa, Harriet Westbrook, e la sposa. Il suo progetto iniziale è quello di tenere la coppia aperta, cosa che a Harriet non sta affatto bene.

Percy è grande ammiratore di William Godwin, e dopo essere riuscito a entrare nel suo circolo, frequenta sempre più spesso la sua casa, e sua figlia Mary, all’epoca 17enne.

Mary e Percy passano molto tempo insieme sulla tomba della madre di lei, dove si confessano per la prima volta il loro reciproco amore e dove secondo la leggenda Mary avrebbe perso la verginità. (Potrai essere metal finchè vuoi, ma non sarai mai metal come Mary Shelley che perde la verginità sulla tomba di sua mamma)

Percy e Mary decidono di coronare il loro sogno d’amore fuggendo insieme in Francia, accompagnati da Claire Clairmont, la sorellastra di Mary, che da allora non schioderà mai più. 

“Oh cara, finalmente siamo solo tu, io, e la figlia della nuova moglie di tuo padre”

Nonostante Mary abbia ceduto al desiderio di Percy di considerarsi una coppia aperta, lei di fatto vive la loro relazione come una donna sposata, adottando il cognome del compagno e restando al suo fianco in salute ma soprattutto in malattia, perché la povera Mary ha una salute un po’ cagionevole, e in ricchezza ma soprattutto in povertà perché Percy è pieno di debiti fino al collo. Nonostante ciò i coniugi Shelley sono sempre in giro per l’Europa, ospiti di Byron, che diventerà anche amante di Claire. 

E sarebbe proprio in occasione di uno di questi viaggi che la mente di Mary avrebbe partorito la sua Creatura.

Siamo nel 1816: Mary ha 19 anni, ha perso una figlia, nata prematura e morta pochi giorni dopo la nascita, e ha da poco avuto un altro bambino, che dal soprannome, Willmouse, non credo fosse un bambinone forte e in salute, e infatti morirà a 3 anni nel 1819. 

Si ritrova dicevamo a trascorrere un’estate particolarmente grigia e piovosa a Villa Diodati, sul lago di Ginevra. Qui la noia spinge gli ospiti della villa, Lord Byron, Mary e il marito Percy, l’immancabile Claire, e John William Polidori, medico personale di Byron, a leggere storie dell’orrore, e a raccontarsene loro stessi, in modo da passare il tempo, e Mary, che in un primo momento voleva sottrarsi alla competizione, sbaraglia tutti con una storia di ossessione e terrore. 

Il romanzo, che, su consiglio di Percy, Mary amplierà e darà alle stampe anonimamente, è narrato in forma epistolare. Il capitano di una nave, bloccato tra i ghiacci all’estremo Nord della Terra, assiste insieme al suo equipaggio a una visione incredibile: un essere gigantesco che, su una slitta trainata da cani, si spinge sempre più a Nord, inseguito, a meno di un giorno di distanza, da un uomo misterioso. L’uomo, a cui l’equipaggio presta soccorso, si chiama Victor Frankenstein, e ha una storia incredibile da raccontare. Ossessionato dall’idea di sconfiggere la morte, è riuscito grazie ai suoi studi a infondere la vita in un corpo inanimato, assemblato da lui stesso a partire da parti di cadaveri, in modo da formare un uomo di proporzioni gigantesche.

Ma alla vista della sua creatura, Frankenstein si sente riempire di orrore, e fugge, abbandonando a se stesso il mostro da lui creato. La Creatura, a cui viene negato un nome e la possibilità di essere amato e accettato a causa del suo aspetto, riesce con fatica ad apprendere il linguaggio umano, a scoprire l’identità del suo creatore, e decide di compiere la sua vendetta. Sulla famiglia Frankenstein si abbattono così una serie di disgrazie, che la creatura usa per ricattare Victor, chiedendogli di creargli una compagna [pag 261].

Victor si accinge a portare a termine questo macabro compito, finché una notte non è colpito da una consapevolezza: che la nuova creatura a cui sta dando forma potrebbe essere più malvagia e spietata dell’originale, potrebbe rifiutarsi di sottomettersi al compagno, potrebbe portare sofferenza non solo a lui, ma all’intera razza umana. Il rifiuto di Victor di completare l’opera, spinge il Mostro a portare a compimento la sua vendetta, costringendo Victor a inseguirlo fino ai confini della Terra, in una sfida mortale da cui sono destinati a uscire sconfitti entrambi.

Nonostante il grande successo dal punto di vista artistico, Mary ha una vita sfortunata, costellata di aborti e di lutti. Dei quattro figli che ha partorito vivi, solo uno, Percy Florence, raggiungerà l’età adulta. Quando poi alla sfiga si aggiunge la stupidità altrui, la vita diventa davvero una m…a [cavalli di Frankenstein jr]

Perché durante il loro soggiorno a San Terenzo, nei pressi di Lerici, Percy decide di mollare Mary (che ha appena rischiato di morire per l’ennesimo aborto) da sola come una scema e di partire per una gita in barca con un amico. I due volponi però si fanno sorprendere da una tempesta, e vengono ripescati morti dieci giorni dopo. 

Rimasta sola con il figlio Percy Florence, Mary si manterrà con la scrittura, non solo grazie alle vendite di Frankenstein di cui finalmente è riconosciuta come autrice e alle edizioni postume delle opere del marito, ma continuando a scrivere. Delle sue opere seguenti, la più famosa è L’ultimo uomo, un romanzo apocalittico che immagina la fine dell’umanità a seguito di una nuova epidemia. 

Morirà 30 anni dopo il marito, i suoi resti verranno inumati insieme a quelli dei genitori, e vuoi sapere l’ultimo fatto interessante? Che per 30 anni Mary Shelley è andata in giro per l’Europa portandosi dietro il cuore calcificato del marito Percy, incartate dentro le pagine del suo poema Adonais e avvolto, insieme alle ciocche di capelli dei suoi figli morti, in un elegante sacchetto di seta, 

Perché potrai essere metal, ma non sarai mai metal come Mary Shelley che conserva per 30 anni il cuore calcificato del marito morto. 

11 fatti curiosi su Mary Shelley

Tutti i motivi per cui non sarai mai metal come Mary Shelley


La notte in cui nacque la fantascienza

di Federica Caslotti

Il 1816 fu un anno particolarmente funesto. Durante le prime settimane di Aprile, la spaventosa eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, aveva riversato grandi quantità di cenere vulcanica nell’atmosfera, causando un drastico abbassamento delle temperature. L’estate quell’anno parve non arrivare mai, e l’Europa, che si stava ancora riprendendo dai disastri delle campagne napoleoniche, dovette affrontare anche la grave carestia che derivò dallo sconvolgimento del clima.

Quell’estate (il 16 giugno, per l’esattezza), in un’antica villa affacciata sul Lago di Ginevra, in una notte di tempesta particolarmente feroce, una ragazza si svegliava di soprassalto in seguito a un terribile incubo.

Ancora non lo sapeva, ma quel sogno avrebbe cambiato la sua vita. E la storia della letteratura.

Ma partiamo dall’inizio: cosa ci faceva la nostra amica, Mary Wollstonecraft Shelley in una villa spettrale nell’estate più fredda della Storia moderna? 

Nel 1816 i coniugi Shelley sono in viaggio per l’Europa, insieme al figlio di pochi mesi, Willmouse, e all’immancabile Claire Clairmont. Giunti a Ginevra, incontrano Lord Byron, amico di Percy e amante, ex amante, non si capisce, di Claire.

Visto che il meteo impedisce altre forme di svago, il gruppo di amici si intrattiene come può, cominciando la lettura di racconti e romanzi gotici trovati nella casa in cui Byron risiedeva, Villa Diodati. Un’attività che causa grande turbamento nella mente dei diversi ospiti [Danse macabre p. 72].

George Byron lancia la sfida ai suoi compagni: creare una storia dell’orrore, e raccontarla agli altri. 

Byron e Percy, pur essendo in quel momento gli unici scrittori professionisti della compagnia, non producono opere particolarmente memorabili. Percy compone un’opera dal titolo “The Assassins”, mentre del racconto di Byron, “La sepoltura” sopravvive una versione incompleta.

John Polidori, il medico personale  di Byron, che viaggiava con lui, ha lasciato invece un racconto molto interessante, intitolato “Il vampiro”, che, si dice, abbia ispirato Bram Stoker nella stesura di Dracula. Il vampiro creato da Polidori è considerato l’archetipo del vampiro moderno, dal mostro disgustoso descritto nel folklore europeo, un cadavere rigonfio del sangue delle vittime, a creatura affascinante, carismatica e irresistibile. Eppure l’amicizia tra Polidori e Byron finirà proprio durante questa vacanza, perché? Ebbene, pare che “Il vampiro” di Polidori assomigli un po’ troppo proprio al racconto “La sepoltura”, proposto da Byron, e che questo plagio abbia posto fine a tutti i rapporti tra i due. Polidori pagherà caro questo scherzetto: grazie al grande successo ottenuto dal suo racconto, abbandonerà la professione di medico per dedicarsi a quella di scrittore, scoprendo di non avere affatto il talento della scrittura ma di essere invece molto bravo a collezionare debiti. E quando se ne rende conto fa quello che ogni gentiluomo inglese avrebbe fatto. Si spara.

Non sappiamo con precisione chi abbia vinto la competizione tra i quattro di Villa Diodati, ma sulla lunga distanza la vincitrice è sicuramente Mary Shelley. 

Ed è interessante notare che oltre a essere quella che più ha faticato a trovare l’ispirazione per scrivere quest’opera, sembri volersi “togliere” la responsabilità della sua creazione, insistendo molto sull’aneddoto del sogno. 

E’ infatti in sogno che Frankenstein e la sua Creatura si palesano per la prima volta a Mary: 

Ho visto il pallido studioso di arti blasfeme inginocchiato accanto alla cosa che aveva assemblato. Ho visto l’orrida imitazione di un uomo lì distesa, e poi, con l’intervento di un potente macchinario, dare segni di vita, e alzarsi con un moto impacciato, vivo solo a metà. Deve essere terribile, poiché estremamente terribile deve essere il risultato di qualunque tentativo da parte dell’uomo di imitare il sommo Creatore del mondo.

Se consideriamo la fantascienza come il genere in cui si esplorano le potenzialità della scienza e le conseguenze che essa può avere su di noi e sulla nostra umanità, allora Frankenstein, o Il Prometeo moderno deve essere considerato il primo romanzo di fantascienza della storia. Ma è molto di più. 

In una società come quella inglese dell’Ottocento, in cui le donne non sono ritenute in grado di ragionamenti logici e complessi, Mary mette sulla scena personaggi come Justine, la giovane governante accusata di un orrendo omicidio, ed Elizabeth, la donna amata da Victor, persone dotate di un’intelligenza profonda, un’interiorità complessa, e una spiccata capacità di esprimere le loro idee in modo logico e convincente. Se nella realtà Mary Shelley e le sue contemporanee non avrebbero avuto neanche il diritto di prendere la parola in tribunale, nel romanzo Elizabeth si esibisce in una accorata difesa dell’amica Justine, la quale a sua volta si dimostra in grado di difendere in maniera razionale le sue posizioni pur essendo straziata dal dolore.

Forse ancora più sovversivo è quello che avviene quando Victor si accinge a creare una compagna per la sua Creatura: quando vede il corpo della donna che ha creato, si rende improvvisamente conto che questa potrebbe non amare il mostro, e addirittura potrebbe lasciarlo, rendendolo ancora più malvagio e privo di scrupoli, o che addirittura lei stessa potrebbe rivelarsi ancora più malvagia e abietta del suo compagno.[pag 298] In un’epoca in cui la donna viene considerata un oggetto, una proprietà prima del padre e poi del marito, non in grado di partorire un pensiero logico proprio, Mary Shelley prende in considerazione l’idea che una donna, per quanto mostruosa, possa ribellarsi al destino stabilito per lei, addirittura scegliere lasciare il “marito”, e questo può avvenire perché questa donna è un individuo, imprevedibile e indipendente, e questa indipendenza la rende così pericolosa agli occhi di Victor che l’uomo decide di distruggerla.

Ma il messaggio veramente rivoluzionario e provocatorio è più nascosto nel testo. In questo romanzo Victor, come il mostro e in realtà come tutti i personaggi di sesso maschile, appaiono totalmente incapaci di gestire le proprie emozioni: sono infatti le donne, e in particolare Elizabeth, a farsi carico del fardello di consolare, aiutare, mettere costantemente da parte il loro dolore per sobbarcarsi quello degli altri, completamente dimentiche di se stesse. E ciò che la creatura rimprovera a Victor è di avergli negato il suo affetto, di averlo abbandonato dopo avergli dato un aspetto così terribile da rendergli impossibile trovare amore ed empatia in chiunque altro. Victor Frankenstein è ossessionato dall’idea di creare la vita, ma una volta fatto non è in grado di prendersene cura, non è in grado di sobbarcarsi quel fardello emotivo di cui nella società in cui è cresciuto si fanno carico le madri, le donne. Forse se Victor si fosse degnato di imparare a controllarsi avrebbe avuto la forza di stare accanto alla sua Creatura, quell’essere sensibile e intelligente reso mostruoso dalla sofferenza e dalla solitudine. Victor non gioca a sostituire Dio: aspira a sostituirsi alla Madre. Non sempre è obbligatorio ricercare l’autore nel suo testo, ma in questo caso particolare la maternità frustrata di Mary e la sua condizione di orfana si riflettono contemporaneamente nel mostro, nel suo caos irrisolto assetato d’amore, e in Victor, che, a sua volta privato della madre, cerca di diventare madre a sua volta, venendo deluso e sconfitto.


Esperimenti epici finiti male

di Camilla Magnani

Se mi conoscete probabilmente già sapete che sono la persona meno indicata per parlarvi di scienza. O meglio, la scienza mi è sempre piaciuta tantissimo ma apparentemente io per lei sono sempre stata “un tipo”.

Tuttavia, ci sono state diverse persone benedette dal sacro fuoco della scienza che forse se ne sarebbero dovute stare in disparte tanto quanto me. E in realtà, diciamocelo, magari Victor Frankenstein era proprio una di quelle.

Ed è in suo onore e per farlo sentire meno solo che oggi vi racconto di alcuni esperimenti finiti decisamente male. Anzi, malissimo.

L’esperimento di cui Mary Shelley ha scritto all’inizio di Frankenstein, quando Victor crea il mostro, è probabilmente legato ad un fatto realmente accaduto a Londra qualche anno prima. A seguito dell’impiccagione per omicidio di George Forster, il corpo fu portato al Royal College of Surgeons. Di solito i cadaveri venivano dissezionati per ragioni di studio, ma questa volta gli scienziati, capitanati dal nipote da Giovanni Aldini, nipote di Luigi Galvani, decisero di provare qualcosa di nuovo: l’elettrizzazione. Alla prima scarica: l’orrore! La mandibola di Forster iniziò a tremare, i muscoli cominciarono a contorcersi, un braccio si alzò e un occhio addirittura si aprì! Tutti i presenti iniziarono a pensare che Forster stesse tornando in vita.

Infatti, in passato si credeva che ci fosse un legame molto forte tra elettricità e processi di vita, quindi immaginatevi quanto scalpore sicuramente hanno creato questi esperimenti. Ed è probabilmente questo a cui pensava Mary Shelley mentre scriveva Frankenstein.

Vorrei fare uno shoutout al carissimo Daniele Bronzi, che ha commentato l’articolo che raccontava di questi fatti accaduti nel 1800 dicendo:  “Bhe tutto bello e affascinante. peccato che senza circolazione sanguigna e pertanto ossigenazione dei tessuti non ci possa essere vita.”

Beh, Daniele grazie al —–

Comunque, visto che siamo in tema, io mi sono chiesta se qualcuno abbia mai davvero avuto il complesso di Dio e sperimentato qualcosa degno di Victor Frankenstein. O meglio, visto che la scienza non mi delude mai, la domanda dovrebbe essere “Come è andato l’ovvio esperimento inquietante che qualcuno ha provato a fare?”

Gli anni ’90, già infestati da cose terrificanti come le magliette a maniche lunghe sotto a quelle a maniche corte, i JNCO jeans e i Backstreet Boys, hanno prodotto anche il topo di Vacanti.

Questo esperimento è probabilmente il più sconcertante tra quelli che ho trovato e muove i suoi passi nell’ambito della ricerca per la ricostruzione dei tessuti. Nel 1996 l’eminente professor Charles Vacanti e il suo team hanno coltivato le cellule cartilaginee di una mucca per creare un orecchio umano sulla schiena di un topo. Avete sentito bene. Questi hanno preso le cellule da una mucca e le hanno trapiantate sulla schiena di un topo. Hanno applicato una steccatura affinché prendesse la forma desiderata, ossia quella dell’orecchio umano. E così sulla schiena del topo è cresciuto un orecchio esattamente della stessa forma di quello umano.

Ma come ha funzionato? Per coloro che, come me, si siano chiesti come tutto ciò sia stato possibile, la chiave sta nel tipo di topo che è stato usato per questo esperimento. Esiste infatti un tipo particolare di topo affetto da una forma grave di immunodeficienza e per questo non è in grado di rigettare un trapianto o combattere infezioni ed è questo che viene usato per questi esperimenti.

Se siete curiosi andate a cercare delle foto. Ma magari fatelo lontano dai pasti.

Ma se l’idea che possano esistere forme ibride di animali-umani vi preoccupa, c’è chi invece non se ne è mai preoccupato abbastanza.

Con l’avvento degli studi psicologici di inizio ‘900, sono state fatte diverse indagini per determinare quanto l’ambiente circostante ci influenzi nella crescita. Infatti, molti bambini smarriti o abbandonati nella natura o cresciuti con pochissimo contatto umano, si adattano a ciò che esiste nel luogo dove si trovano e spesso quando vengono ritrovati non sanno parlare, camminare e si comportano come animali.

Questi studi affascinavano veramente moltissimo lo psicologo Winthrop Niles Kellogg e la moglie Luella Kellogg che nel 1931, quando il loro primogenito aveva solo dieci mesi, decisero di sperimentare le teorie ambientali in prima persona.

Essendo un tantino immorale abbandonare il proprio figlio in una foresta per vedere di nascosto l’effetto che fa, i Kellogg decisero di adottare uno scimpanzè femmina di sette mesi e mezzo e di provare il processo inverso.

Gua, lo scimpanzé e Donald, il bambino, furono quindi cresciuti insieme esattamente nello stesso modo. Trattati ugualmente, lavati, vestiti e alimentati in modo identico. La madre e il padre nel frattempo continuarono instancabilmente a praticare esperimenti sui due, dodici ore al giorno sette giorni su sette. Memoria, riflessi, capacità di muoversi, parlare, risolvere i problemi, forza, equilibrio, reazioni e molti altri test. Alcuni sono anche stati filmati e li potete trovare su Youtube se volete dire assieme a me poveri Donald e Gua.

Per un po’ Gua in effetti ebbe risultati anche migliori di Donald nei test. Crescendo più velocemente del bambino, Gua riuscì ben presto ad assimilare comportamenti umani quotidiani come andare in bagno da sola o usare le posate, pur restando molto dipendente dall’interazione con le persone.

Il programma di studi doveva andare avanti quattro anni, durante i quali i Kellogg avrebbero condotto moltissimi esperimenti ed indagini sullo sviluppo di Gua e Donald. L’obiettivo primario per poter considerare lo studio un successo era uno: insegnare a Gua a parlare.

Tutto si fermò, però, dopo soli nove mesi determinando il fallimento del progetto. Apparentemente non solo Gua non sembrava voler iniziare a parlare come invece riusciva a fare Donald, ma il problema più grande si presentò quando al contrario di quanto si sarebbero aspettati i Kellogg, il bambino iniziò a copiare alcuni dei comportamenti imparati di Gua.

Non solo, infatti, Donald iniziava a fare vocalizzi tipici dello scimpanzè per chiedere cibo, ma l’assimilazione del comportamento di Gua produsse anche un ritardo nello sviluppo del linguaggio del bambino che ad un’età in cui solitamente si conoscono una cinquantina di parole, ne riusciva a dire solo tre.

Kellogg, tra mille e ovvio critiche, quindi concluse che no, non è solo l’ambiente a formare l’individuo, ma anche la sua predisposizione naturale. Tutto ciò che Gua imparò fu considerato il suo limite intellettivo. Da lì non si potè più andare avanti.

Gua fu riportata in Florida, al centro di ricerca sui primati, e Donald pare che sia riuscito a crescere come un qualsiasi bambino. Si laureò in medicina e psichiatria ma sfortunatamente si suicidò a soli quarantatré anni.

Ciò che più trovo assurdo in tutta questa storia è il fatto che uno psicologo non sembra si sia minimamente preoccupato dell’effetto che ore e ore di esperimenti avrebbero potuto avere sul proprio figlio.

Ci sono state tuttavia persone, tra cui scienziati che, in prima persona hanno deciso di mettersi al centro del proprio esperimento finito malissimo.

Sempre negli anni ’90, in un deserto dell’Arizona venne dato il via al progetto Biosfera 2.

Considerando il pianeta Terra (ossia la nostra Biosfera 1) come un ambiente naturale chiuso, la ricerca investì duecento milioni di dollari per costruire un ecosistema artificiale chiuso e sigillato e sperimentarlo come nuova alternativa alla vita.

Il concetto non è nemmeno sbagliato. Se le cose dovessero mettersi male e dovessimo spostarci su un altro pianeta è importante sapere di poter ricreare le condizioni di vita della Terra e sapere che si può fareeeee.

L’idea in realtà era partita già negli anni ’70 e sembrava così promettente che alcuni hanno definito Biosfera 2 il progetto scientifico più importante di tutti i tempi.

Fu quindi costruita ad Oracle, Arizona e i suoi 12.700 metri quadrati sono suddivisi in una barriera corallina, una foresta di mangrovie, una savana, un deserto, una zona di campi coltivabili e lo spazio ovviamente per le abitazioni e i laboratori degli otto scienziati che vi sono stati rinchiusi per due anni. C’erano inoltre 3800 tipi diversi di piante e animali e un avanzatissimo sistema di purificazione delle acque. Prima dell’entrata degli scienziati ci fu addirittura un party con tanto di divi di Hollywood e anche durante l’esperimento, i turisti potevano camminare attorno al perimetro della biosfera e ammirare gli scienziati al lavoro.

Dopo sole due settimane all’interno della biosfera, però, ecco che avviene il primo incidente. Una scienziata si taglia un dito e, nonostante le cure del medico presente nella biosfera, si decide di mandarla all’ospedale. La donna tornerà alla biosfera poche ore dopo con un sacchetti pieni di materiale. E questa, tra l’altro, non sarà l’unica consegna segreta che verrà fatta agli scienziati dallo staff che ancora viveva all’esterno. Riceveranno semi, vitamine, trappole per topi. Insomma, tutte cose molto utili per risolvere qualsiasi problema e per non far fare una figura di m ad un progetto costato duecento milioni di dollari.

Quindi in poche parole, già dall’inizio il progetto va in vacca. Voglio dire, se vogliamo far finta di vivere su Marte, non possiamo certo ricevere posta tutti i giorni, no? Anche se, sinceramente, non dubito che Jeff Bezos in un modo o nell’altro ci abbia già pensato.

Tra l’altro emergerà poi che gli scienziati in realtà si volevano facilitare la vita sin dall’inizio. Non solo installando un depuratore di anidride carbonica (anche quello, ovviamente disponibilissimo su Marte), ma si erano anche messi via delle scorte di cibo preventive che consumarono quasi subito date le cattive condizioni meteo dei primi mesi dell’esperimento.

Tuttavia, ad un certo punto, nella biosfera inizia a scarseggiare l’ossigeno a causa di un batterio divora ossigeno presente nel suolo. E quindi che succede? Interrompono l’esperimento? Dicono che no, non si può fare? Assolutamente no, si fanno consegnare una vagonata di ossigeno liquido.

Ma nel frattempo tutto iniziava ad andare malissimo. I colibrì e le api iniziarono a morire in massa e di conseguenza i campi non riuscirono ad essere impollinati. I vermi iniziarono ad attaccare il raccolto e si creò una immensa infestazione di scarafaggi.

Tra l’altro, i rapporti umani iniziarono a deteriorarsi e molto spesso gli otto scienziati si divisero in fazioni, pur mantenendo comunque l’obiettivo comune di mantenere la biosfera funzionante.

Dopo due anni di stenti però, tutti decisero di abbandonare in massa e manifestare la loro preoccupazione per qualsiasi altro tentativo.

Nel 1994, tuttavia, un’altra missione entrò nella biosfera. E, come volevasi dimostrare, dopo appena trentadue giorni tutti i componenti avevano già iniziato a litigare furiosamente e a sabotare la biosfera aprendo dei pannelli e quindi compromettendone l’integrità.

Anche la seconda missione finì prematuramente, chiudendo quello che è considerato il più fallimentare esperimento scientifico della storia.

La biosfera tuttavia è ancora lì, al suo posto, a Oracle, in Arizona, ma ora esiste solo come attrazione turistica e se siete curiosi potete visitarla.

Ci sono innumerevoli esperimenti tentati e poi falliti, ma è bello anche pensare che molti fallimenti hanno portato al successo inaspettato.

Da Cristoforo Colombo che per caso ha scoperto l’America, alle patatine fritte, dal forno a microonde al risotto alla milanese… Nessuna di queste scoperte fu fatta apposta eppure hanno cambiato il mondo. Soprattutto il risotto alla milanese.

A me piace pensare che anche io, nel mio piccolo, ogni giorno stia per fare una scoperta sensazionale. Ma la verità, come sapete, è che probabilmente non me ne accorgerei.

14 Experiments Gone Wrong

Severe combined immunodeficiency (non-human)

This Guy Simultaneously Raised a Chimp and a Baby in Exactly the Same Way To See What Would Happen

Donald Kellogg: the child raised with a monkey as an experiment – People – Culture

The Lost History of One of the World’s Strangest Science Experiments (Published 2019)

Frankenstein: gli esperimenti reali che ne ispirarono la scienza immaginaria


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