Donne di fiori

di Martina Da Ros

I fiori sono per tradizione associati alle figure femminili; se per qualcun* il fiore delle orchidee che siamo solit* vedere nei vivai somiglia a una vulva, per altr*è il romanticismo della rosa a ricordare le donne, per non parlare delle mimose dell’otto marzo e via così. Insomma, soprattutto nella tradizione e cultura occidentale, è più istintivo associare i fiori alle donne e regalarli a loro, relegandoli a qualcosa di superficiale, vanesio, bellissimo ma pur sempre senza concreta utilità.

Zambia


E invece, se vi raccontassimo che in alcuni Paesi del mondo sono stati proprio i fiori a permettere alle donne di guadagnarsi l’indipendenza sociale ed economica?
Partiamo proprio dal fiore dell’orchidea, ma non di quella a cui siamo abituat* a pensare. Se parliamo infatti di specie di orchidea ne esistono circa 20.000, mentre se ci riferiamo al genere ci fermiamo a “solo” 750 tipi.
L’orchidea che vediamo in commercio come pianta ornamentale è il genere Phalaenopsis, e non è commestibile, a differenza di alcuni tipi di orchidea selvatica, come la Disa, Habenaria e Satyrium, che crescono in Zambia. Il dettaglio sorprendente è che la parte più ammirevole, in questo caso, non è il fiore, bensì il tubero da cui si sviluppa la pianta. Le donne di etnia Bemba, uno dei nove gruppi etno-linguistici più numerosi del paese, coltivano le orchidee “selvatiche” per la propria sussistenza. Il suo utilizzo è così radicato (parola adattissima) nella storia e cultura del popolo Bemba che uno dei più famosi piatti gastronomici del paese si basa sull’utilizzo del tubero di orchidea selvatica. Stiamo parlando del Chikanda, una torta marrone la cui consistenza l’ha resa nota nel continente africano come “Polony”. Se vi state domandando come mai, la risposta non è un riferimento al paese europeo con capitale Varsavia ma alla nostrana città di Bologna e in particolare alla sua Mortadella. Sì, Polony sarebbe un derivato di “Bologna”, parola che per gli anglosassoni si riferisce a un prodotto simile al celebre salume italiano.
Purtroppo però la coltivazione delle orchidee in questione non è più riservata solo alla sussistenza delle donne Bemba e delle loro famiglie, ma si tratta di richiesta così alta (dovuta anche ai turisti che vogliono assaggiare il vero cibo locale) che le orchidee in Zambia stanno scomparendo, tanto da arrivare a introdurre i tuberi per vie illegali anche dal Kitulo National Park, situato in Tanzania e primo parco africano creato per salvaguardare la flora.
Se le donne di etnia Bemba potevano avvalersi di una forma sicura sia di sussistenza sia di profitto, ora si trovano in difficoltà dal momento che non ci sono più tuberi; l’allarme è stato lanciato già nel 2014 dalla ONG zambiana Agents of Change, che ha creato una coalizione tra università africane ed europee per tracciare il DNA dei tuberi e salvaguardarli.
Curiosità: A proposito di orchidee e somiglianze con parti anatomiche, l’associazione Orchid Project si occupa di sconfiggere le pratiche di mutilazioni genitali femminili (in inglese FGC). Opera anche in Zambia, dove le FGC sono state dichiarate illegali già nel 2005.

Non è palese la somiglianza con la Mortadella?

Kenya

Il Kenya è un paese sensibile ai cambiamenti climatici e alla deforestazione, come dimostrano alcune donne coraggiosissime che hanno lottato per salvaguardare la natura, come Wangari Maathai. La maggiore esportazione del paese consiste nei prodotti florovivaistici e legati alla produzione di tè. Il settore florovivaistico è fondamentale per le donne, dato che il 75% della sua forza lavoro è femminile. Purtroppo però le donne keniote incontrano tantissime difficoltà nel mercato del lavoro, dovute soprattutto a standard di genere, mancata assistenza medica e un alto indice di mortalità tra le puerpere e le donne in gravidanza, dovuto anche alla pratica dell’aborto illegale.

Winnie Gathonie Njonge è la fondatrice e proprietaria di Nini’s Flowers. Produce dalle 300.000 alle 450.000 rose al giorno.

Afghanistan

Avete presente “l’oro giallo”? Si tratta della spezia con cui si prepara il risotto alla milanese. Ci vogliono dai 120 ai 160 fiori per un solo grammo di zafferano, il cui prezzo può variare dai 15 ai 30 euro al grammo.
In Afghanistan, nel 2017, era partito un progetto che mirava a rendere le donne più autonome per la propria sopravvivenza economica. Nel 2019 le coltivatrici di zafferano per il progetto tutto al femminile “Giallo Fiducia” erano dodici, tra cui una ragazza minorenne che col suo lavoro era riuscita a pagarsi gli studi e a contribuire al mantenimento familiare. Nell’intera provincia di Herat invece si contavano quattrocento donne impiegate nella coltivazione di zafferano.
Interessante notare come in Afghanistan, soprattutto nella zona di Herat, la coltivazione di zafferano stava sostituendo quella dell’ oppio, illegale ma dal profitto altissimo.

Il raccolto dello zafferano nei pressi di Herat

Cosa succederà adesso, dopo la presa del potere da parte dei Talebani? Purtroppo ci sono concrete possibilità che la condizione lavorativa della donna torni a essere proibitiva, se non addirittura inesistente, come accadde dal 1996 al 2001 durante la prima fase di controllo talebano nel paese.
I Talebani hanno dichiarato che tuteleranno la condizione della donna ma secondo le leggi della sharia ed è già accaduto che molte donne abbiano dovuto rinunciare alla propria occupazione e che il loro ruolo lavorativo sia stato assegnato a familiari maschi. Nel caso specifico dello zafferano, Shafiquh Attai, imprenditrice che ha iniziato l’attività di produzione di zafferano nel 2007 vicino ah Herat, dice che non si arrenderà e non riusciranno a silenziare né la sua né le voci delle altre lavoratrici impegnate nella coltivazione della spezia. Al momento della presa di controllo dei Talebani, più di mille donne lavoravano in circa 80 ettari di zafferano. Oltre alla perdita del lavoro, si teme che i Talebani possano rimpiazzare le coltivazioni di zafferano con l’oppio.

E in Italia?

In Italia la floricoltura e agricoltura, legate al femminile, hanno sviluppi sottostimati ma molto interessanti.
Intanto è utile ricordare come siano ancora ambienti maschilisti, ma vi sono curiosità ed esempi virtuosi e di ispirazione. Come sottolinea Catia Zumpano, sociologa rurale e ricercatrice del Consiglio Nazionale per la Ricerca in Agricoltura, il mondo agricolo è parecchio complesso e le donne ricoprono un ruolo abbastanza chiaroscuro. Le imprenditrici agricole sono il 33% del totale, ma ci sono anche tante coadiuvanti, ovvero coloro che svolgono un ruolo proattivo nella conduzione dell’azienda ma non ne sono intestatarie. Vi è anche un’importante componente di donne coinvolte nella manodopera familiare, arrivando anche al 30% della manodopera totale.
Secondo i dati dell’ultimo censimento in agricoltura (2010-2011), il 49% delle donne in agricoltura ha più di sessant’anni ma solo il 6% ha conseguito la laurea. Quest’ultimo dato è molto interessante: anche tra gli uomini in agricoltura solo il 6% ha conseguito la laurea, ma il numero totale di imprenditori agricoli è doppio rispetto alle donne.
Non è poi scontato sapere che la maggioranza tra le donne italiane che si dedicano all’imprenditoria agricola non ha un background scientifico o agrario, bensì umanistico. In media, le aziende agricole a condizione femminile sono più piccole ma hanno uno sguardo più ampio su ambiente e società e sembra esserci più attenzione all’innovazione.
Purtroppo, le donne in agricoltura non sono tutelate come in altri settori lavorativi: non esiste per esempio il riconoscimento della maternità.

Puntata del Podcast Diversity&Inclusion:è davvero una questione dei genere? da cui sono state tratte le informazioni riportate sull’imprenditoria agricola femminile in Italia

Il caso di Sofia Michieli e Marianna Palella


Sofia Michieli è un’imprenditrice agricola di Crespino, in provincia di Rovigo. Venticinquenne, ha già vinto il premio SMAU per l’innovazione in agricoltura grazie al sistema con cui coltiva le fragole: usando un sistema Up&Down, sfrutta la verticalità dello spazio, usa meno acqua e permette ai lavoratori di non sforzare in modo eccessivo la schiena.
Mentre Sofia Micheli è laureata in Scienze e Tecnologie Agrarie, Marianna Palella è laureata in Relazioni Pubbliche e Comunicazione d’Impresa ma svolge la sua attività lavorativa in ambito agricolo; grazie al suo lavoro, è stata nominata da Forbes tra i 100 giovani under 30 più influenti in Italia nel 2021.

Sofia Micheli spiega come funzioni la serra da lei utilizzata

In diverse culture le donne sono state per secoli depositarie dell’etica della cura e del dovere di provvedere al nutrimento della famiglia, spesso fornito dalla Terra. Il fatto che la concezione dei ruoli di genere binari stia cambiando e stia diventando sempre più inclusiva (o almeno, si spera) è positivo, ma quando arriveranno le stesse opportunità, anche in floricoltura e agricoltura, sia per donne sia per uomini?

Fonti:

Inserto del National Geographic Sapori D’Africa, luglio 2021

AA.VV., Trade in Zambian Edible Orchids—DNA Barcoding Reveals the Use of Unexpected Orchid Taxa for Chikanda

Gattuso, Reina In Zambia, a Craze for a Traditional Treat Is Endangering Wild Orchids

Tasteatlas, Chikanda

Afghan saffron boss says Taliban will not silence her

Immagine di copertina: Donne e Fiori di Vania Perugini


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