#3×05 Back in the Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche | Il sogno di Jakov di L. Ulickaja

Ljudmila Evgen’evna Ulickaya è una scrittrice e sceneggiatrice russa, nata nel 1943 a  Davlekanovo, una città nella Russia europea centro-orientale. Si laurea a Mosca in Genetica e lavora all’università per due anni, cioè fino a quando non viene accusata da alcuni colleghi di aver diffuso dei samizdat, cioè pubblicazioni clandestine di testi proibiti o censurati in Unione Sovietica. Rimasta senza lavoro e con la necessità di mantenere la sua famiglia, finalmente dopo 9 anni riesce a entrare al Teatro Ebraico di Mosca dove comincia a lavorare come direttrice e sceneggiatrice. Comincia così la sua carriera in campo letterario, ma Ulickaya è anche attiva politicamente: da sempre si batte in favore della libertà di parola in Russia ed è un’aperta oppositrice di Putin e delle sue politiche.

Ad oggi ha pubblicato 15 romanzi, che le hanno portato numerosi premi nazionali e internazionali, 3 libri per bambini e sei sceneggiature rappresentate in Russia e all’estero. Nel 2001 è stata la prima donna a ricevere il Russkij Booker, corrispettivo russo del Booker Prize britannico, con il romanzo Il dono del dottor Kukockij. Ma il libro di oggi è la sua più recente pubblicazione, uscita nel 2015 e pubblicata in Italia da La nave di Teseo: questo romanzo s’intitola Il sogno di Jakov.

Il romanzo si dipana in un secolo di storia, dai primi del Novecento agli anni 2000, seguendo le vicende di tre generazioni della famiglia Osetskys. Al centro di questa saga familiare c’è Nora, scenografa geniale, donna libera e anticonformista, che alla morte della nonna Marusya scopre un cestino di vimini contenente le lettere che i nonni, Marusya e Jakov, si scambiavano in gioventù. Le vicende dei due giovani innamorati, avversati dalla guerra e dal regime sovietico, si alternano a quelle di Nora, in una processione di personaggi complessi, affascinanti, terribilmente umani. 


Il teatro russo

di Federica Caslotti

Come abbiamo detto, la famiglia Osetsky, protagonista del romanzo, è una famiglia di artisti. Il loro rapporto con il mondo della musica e del teatro va oltre la dimensione professionale: è un amore e una dedizione profonda, che plasma la vita di ciascuno dei personaggi in modo diverso e personale. Ho pensato quindi che sarebbe stato interessante proporvi una carrellata di aneddoti e curiosità relative al pazzo pazzo mondo del teatro russo.

Potremmo andare in ordine cronologico, e partire dal balletto russo, il mondo di Marusya, che scopriamo nel corso della lettura avere una formazione da ballerina. Ho sempre sentito parlare di balletto russo ma sinceramente prima di martedì scorso non mi ero mai chiesta perché questa forma di balletto fosse considerata a parte e diversa dalla danza classica nota a tutti noi. In Europa la danza classica viene canonizzata a metà del Seicento in Francia (questo vuol dire che già da prima questa forma di espressione artistica esisteva ma solo in questo periodo storico ne vengono fissate le regole). In Russia fino a questo momento il controllo zarista e l’isolazionismo hanno fatto sì che la cultura occidentale non si diffondesse, ed è solo con Pietro il Grande che, alla fine del secolo, la Russia si apre all’Europa. E non solo si apre ai costumi europei ma ambisce a competere con “gli occidentali” e a superarli. In quest’ottica il balletto diventa non una semplice forma di intrattenimento ma “un modo di comportarsi idealizzato”. Negli anni 30 del settecento l’imperatrice Anna nomina il ballerino francese Jean-Baptiste Landé maestro di ballo nell’accademia militare, fondata da lei stessa nel 1731 per i figli della nobiltà. Il balletto diventa così una nobile tradizione in Russia, e le compagnie legate allo Stato sono le più prestigiose e rigorose. Dal punto di vista tecnico, il balletto russo di distingue da quello occidentale per alcune caratteristiche: tendenzialmente ai ballerini russi è richiesto di mantenere le pose più a lungo, di adoperare la parte superiore del corpo tanto quanto quella inferiore ed è in Russia che il balletto diventa “teatrale”, incorporando dramma e intensità. Notoriamente le scuole di ballo russe sono molto rigide ed esigenti, i giovani ballerini coltivano il loro talento fin dall’infanzia.

In epoca sovietica, il balletto smette di essere una forma d’arte d’élite e diventa accessibile anche al pubblico di massa, anche attraverso la televisione. Un aneddoto divertente, si fa per dire, riguarda il tentato colpo di stato militare dell’agosto 1991 ai danni del presidente Michail Gorbačëv: dopo aver dichiarato lo stato di emergenza, il Comitato impone una pesante censura sui mezzi di comunicazione. Per impedire il diffondersi di notizie che potessero contrastare questo colpo di stato, per tre giorni su tutti i canali russi va in onda a rotazione e ininterrottamente il balletto Il lago dei cigni.

Oltre al balletto una forma d’arte che diventa mezzo di propaganda è il teatro, in particolare l’Agit-Prop, una forma di teatro didattico avente come scopo la propaganda e l’informazione presso il pubblico analfabeta degli ideali rivoluzionari sovietici. 

Inizialmente le compagnie che mettono in scena questo genere sono non professionisti, solitamente operai aderenti al Partito Comunista, riuniti in una compagnia teatrale senza ordini gerarchici all’interno, e caratterizzati da uno scarso utilizzo di apparati scenografici e dal rifiuto dei normali teatri come luogo di rappresentazione. In questi spettacoli potevano venire messi in scena finti processi a personaggi impopolari dell’epoca, o rappresentazioni del cosiddetto “giornale animato”. Dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917, i sovietici organizzano un treno di artisti e attori che gira il Paese per mettere in scena delle brevi opere teatrali e per diffondere la propaganda

Ma come citare il teatro russo senza almeno nominare il suo personaggio più noto di nome ma non di fatto. Tutti abbiamo sentito parlare del metodo Stanislavskij, uno stile di insegnamento della recitazione messo a punto da Konstantin Sergeevič Stanislavskij 

Il metodo si basa sull’approfondimento psicologico del personaggio e sulla ricerca di affinità tra il mondo interiore del personaggio e quello dell’attore. Si basa sulla esternazione delle emozioni interiori attraverso la loro interpretazione e rielaborazione a livello intimo. Per ottenere la credibilità scenica, il maestro Stanislavskij creò esercizi che stimolassero le emozioni da provare sulla scena, dopo aver analizzato in modo profondo gli atteggiamenti non verbali e il sottotesto del messaggio da trasmettere.

Oggi quando sentiamo degli attori in particolare hollywoodiani fare riferimento al method acting in realtà parlano di un metodo ideato da Strasberg, allievo di Stanislavskij: questa tecnica si basa sulla memoria affettiva o richiamo emotivo, da utilizzare quando l’attore non è in grado di produrre l’emozione necessaria per una scena. Con la tecnica della memoria affettiva l’attore, incapace di andare direttamente all’emozione, viene addestrato a ricreare nella sua memoria le circostanze che circondano un’esperienza analoga, ricostruendo nella mente l’atmosfera della scena nei minimi dettagli. 

Entrambi sono metodi che si basano molto sull’emotività e l’immedesimazione, e sono tutt’oggi le tecniche di recitazione più diffuse nel mondo dello spettacolo. Nonostante ciò, ho sentito troppe storie assurde di attori che mettono a repentaglio la propria vita, o ancora peggio quella degli altri, in nome della devozione al ruolo che devono andare a interpretare per provare qualcosa che non sia sconcerto nei confronti di chi usa “il metodo”. Mi viene in mente il povero Leonardo di Caprio, che ha vinto l’Oscar perché ormai era diventato un meme, ma l’ha vinto forse per il film dove ha recitato meno, perché se mi ricopri di formiche, mi fai dormire in una carcassa e mi fai mangiare il fegato crudo di un animale, forse sono credibile anche io mentre interpreto un povero cristo perso nella natura selvaggia. Oppure penso a quella red flag vivente che è Jared Leto che sul set di Suicide Squad per immedesimarsi nel Joker ha mandato alle sue co-star condom, non mi è chiaro se usati o meno, anal beads, idem come sopra, e ultimo ma non ultimo ha regalato a Margot Robbie una lettera d’amore accompagnata dal ratto morto più grosso che abbia mai visto, come riporta Viola Davis.

Ho ricercato quindi se esistessero altri metodi di recitazione, e non so quanto oggi questo metodo sia diffuso e utilizzato, ma trovo le teorie di Bertold Brecht molto interessanti. Quello proposto da Brecht è un approccio diametralmente opposto, pensato per un teatro in grado di “combattere la menzogna, l’ignoranza e a scrivere la realtà”. Quindi l’attore non doveva vivere le emozioni del personaggio, ma solo portarle in scena, mantenendo una distanza, per evitare che lo spettatore si identificasse con il personaggio e che quindi fosse coinvolto emotivamente. Il coinvolgimento infatti non permetterebbe allo spettatore di avere un atteggiamento critico e analitico rispetto ai fatti rappresentati. Questa particolare tecnica prende il nome di straniamento e diventa particolarmente interessante se calata nel contesto storico-politico in cui viene teorizzata. L’ascesa al potere di Hitler è stata possibile perché hanno prevalso nel popolo tedesco reazioni emotive e non razionali, l’odio e la paura.

Quello che Brecht vuole è creare un pubblico critico, distaccato e riflessivo, fargli sviluppare gli anticorpi necessari a non farsi travolgere nuovamente dalla follia nazifascista.


Back in the USSR

di Camilla Magnani

Comincio col dire che non è colpa mia se qualsiasi cosa di cui parliamo prima o poi va a parare sui Beatles. O forse sì. Sto influenzando l’universo per poterne parlare sempre di più? Non lo saprete mai.

Ne Il sogno di Jakov, i miei concittadini (per chi non lo sapesse, vivo a Liverpool) appaiono molto spesso perché la verità è che la musica appare molto spesso.  E non è che appaia soltanto. Viene menzionata, spiegata, suonata, venerata.

E quindi, visto che pure i miei beniamini hanno scritto Back in the USSR, chi sono io per esimermi dal parlare di musica in Russia e Unione Sovietica.

Ma andiamo con ordine.

25 ottobre 1917: la rivoluzione russa. Anche nel nostro libro, spalmato su piani temporali differenti assistiamo indirettamente al subbuglio che questa data segna nella vita di tutti. Il livellamento delle classi sociali indica che la musica, non solo non è più completo appannaggio della classe aristocratica (che non esiste più!) ma soprattutto, che la musica ora deve rispondere a ideali di regime. Essere comunista, essere produttiva.

Negli anni 20, che coincidettero con la NEP (Nuova Politica Economica) diverse correnti giocavano a rincorrersi sempre restando assolutamente fedeli al regime con sinfonie ispirate alla dura vita in fabbrica.

Ci furono pure concerti, come quello del 1922 organizzato da Arsenij Avraamov composto da una sinfonia  fatta di sirene di fabbrica, pezzi d’artiglieria, mitragliatrici, clacson di varia natura, locomotive da manovra e dalle sirene da nebbia della flotta del Mar Caspio.

 È in questi anni che viene inventato uno degli strumenti che ho sempre desiderato: il Theremin. È stato inventato da un fisico e funziona in maniere a me sconosciute ma che Wikipedia conosce benissimo.

Lo strumento è composto fondamentalmente da due antenne poste sopra e a lato di un contenitore nel quale è alloggiata tutta l’elettronica. Il controllo avviene allontanando e avvicinando le mani alle antenne: mediante quella superiore si controlla l’altezza del suono, quella laterale permette di regolarne l’intensità.

si basa su oscillatori che, lavorando in isofrequenza al di fuori dello spettro udibile, producono, per alterazioni delle loro caratteristiche a seguito della presenza delle mani del musicista nel campo d’onda, dei suoni sul principio fisico del battimento, questa volta nel campo delle frequenze udibili.

Sareste sorpresi della quantità di canzoni in cui il Thermin è usato. Una tra tutte Good Vibrations dei Beach Boys.

E se già vi state chiedendo come cavolo gli sia venuta in mente questa idea, vi consiglio, a latere, di vedere i video di musicisti che suonano il badgermin. Sempre il thermin, ma all’interno di un tasso impagliato.

Ma tornando a noi. Nel 1929 Stalin assunse il potere e manco a dirlo, la musica cambiò. Stalin stesso in realtà amava cantare ma più di tutto amava esprimere aspri giudizi su qualsiasi disco gli passasse tra le mani. Ma soprattutto amava telefonare agli artisti nel cuore della notte, o per complimentarsi o per assicurarsi che non suonassero mai più. Che vita intensa doveva avere.

La musica doveva seguire uno specifico canone estetico: il realismo socialista. I cui quattro capi saldi erano la condanna del pessimismo esaltando l’ottimismo rivoluzionario, usare soggetti provenienti dalla quotidianità, per essere comprensibile dalle masse, essere ovviamente utile alla costruzione del socialismo manipolando quindi l’opinione comune e infine, ovviamente, l’arte doveva essere di esaltazione del Paese che si andava via via creando.

Si preferivano i generi scenici come il balletto, opera e musica cinematografica, inoltre si prediligevano le sinfonie per la loro capacità celebrativa e per evitare qualsiasi influenza borghese si preferiva musica facilmente controllabile e senza stravaganze avanguardistiche. Tutto ciò che non si adeguava veniva aspramente censurato, soprattutto negli anni immediatamente prima e dopo la seconda guerra mondiale.

Quando Stalin morì iniziò una più o meno officiale graduale apertura all’espressione musicale, cercando ovviamente sempre di preservare la tradizione russa, rendendo quindi qualsiasi espressione artistica divergente e avanguardistica una forma di dissenso.

Ovviamente qui noi parliamo di ciò che era ufficialmente proibito, ma come ben potete immaginare dischi di generi proibiti come jazz, boogie-woogie e infine rock’n’roll erano oggetti altamente contrabbandati. Molti dischi non erano nemmeno fatti di vinile ma erano stampati su vecchie radiografie, tenuti gelosamente e ascoltati di nascosto. Se digitate su Google “Bone records” potete vedere foto di questi mitici dischi dove al posto del classico colore nero si vedono le immagini di vecchie radiografie alle ossa. Venivano prodotti da un gruppo segreto chiamato “Styliagi”, di base degli hipster before it was cool che si intendevano di musica e la amavano così tanto da stamparla ovunque. I Bone records ovviamente non avevano la stessa qualità dei dischi in commercio, e potevano essere registrati da un lato solo ed erano solitamente tagliati a mano e il buco dove il disco girava veniva creato mettendo una sigaretta accesa al centro e bruciando il materiale.

Quanto erano fighi? Nel 1958 però purtroppo la polizia, che già se ne era accorta, rese illegali i Bone Records e invitò gli adolescenti a denunciare gli amici che ne facevano uso.

Ma facendo un salto in avanti, anche negli anni 80 appena prima della fine dell’Unione Sovietica c’erano davvero moltissimi artisti occidentali proibiti. Nel libro di Alexei Yurchak “Everything ws forever until it was no more” figurano band che non mi hanno particolarmente sorpreso come i Black Sabbath inseriti per “Violenza e oscurantismo religioso”, i Pink Floyd per “Interferenza con la politica estera dell’Unione Sovietica per quanto riguardava il conflitto con l’Afghanistan”. Poi abbiamo i Talking Heads, quelli di Psycho Killer per intenderci, inseriti nella lista perché predicavano il “Mito dell’Unione Sovietica come un pericolo militare”. Poi vabbè abbiamo gli ovvi Sex Pistol che hanno la colpa, non solo di essere violenti, ma anche di essere punk, così come i Ramones. I Kiss invece vengono accusati di essere nazionaliti. Gli ACDC di Neofascismo e violenza, come Julio Iglesias. Donna Summer e Tina Turner ovviamente proibitissime perché parlano di sesso. Mentre invece i Village People proibiti per la loro inaudita violenza. Pensateci. Un’intera vita senza ballare YMCA. Inconcepibile.

Ma senza andare troppo lontano nel tempo. Oppure sì? Oddio, stiamo invecchiando, non sono molti gli artisti russi famosi in tutto il mondo ma il gruppo di maggior successo all’estero è sicuramente quello composto da Lena Katina e Julia Volkova: le tAtU. Grazie ad un’immagine provocante creata ad hoc dal loro manager, le tAtU ci hanno dimostrato come anche all’inizio degli anni 2000 il mondo russo non fosse l’unico a usare una pesante censura musicale. I video e le esibizioni delle due cantanti venivano censurati anche solo per un semplice bacio. Sanremo cancellò la loro ospitata nel 2003 e nel Regno Unito non solo vennero censurate su ITV (uno dei canali principali) ma furono lanciate campagne contro di loro che presto si diffusero in tutto il mondo. Nota positiva, a quanto pare le tAtU faranno ritorno questa primavera. Il mondo sarà cambiato abbastanza?

Alla luce del corrente conflitto Russo Ucraino ci arriva una notizia fresca fresca. Un nome italiano è stato appena aggiunto nella lista dei criminali in Ucraina: Pupo. Sì, avete sentito bene.

Pupo ha da poco suonato a Jalta, in Crimea, occupata dai Russi e per questo ora è considerato alla stregua di un criminale. Ma non è l’unico. Per motivi simili, che lasciano intendere una preferenza per la Russia anche Albano, Toto Cutugno e i Ricchi e Poveri, credeteci o no, sono un pericolo per la sicurezza nazionale ucraina.

FONTI

Smithosian Magazine, When Rock Was Banned in the Soviet Union, Teens Took to Bootlegged Recordings on X-Rays, di Danny Lewis

Russia Briefing, 1980’s Western Rock & Pop Stars Banned In Russia

Rockit.it, Come Pupo è diventato un idolo in Russia, e nemico pubblico in Ucraina, di Simone Stefanini

Musicoff.com, La musica nell’Unione Sovietica, di Francesco Sicheri

Musicoff.com, La musica nell’Unione Sovietica. Dal1929 al dicembre del 1991, di Francesco Sicheri

Junkee, The Strange And Homophobic History Of “Queer Icons” t.A.T.u, di Dani Leever


La forza dei romanzi di Ulickaya sta nella rappresentazione che fa dei suoi personaggi, quelli femminili in particolare. Ne Il sogno di Jakov, Marusya è dipinta come una donna appassionata, femminista e comunista prima della Rivoluzione, e cento anni dopo Nora ripercorre le sue orme e le rende omaggio con la sua arte e la sua vita, a partire da quel nome, Nora, che la nonna ha scelto in omaggio a Ibsen e che la nipote rifiuta di storpiare con qualunque diminutivo. Ma non solo: il romanzo è uno strabiliante sfoggio di cultura riguardante la letteratura, la musica e il teatro russo, uno sfoggio che invece di sembrare pretenzioso conquista e ammalia il lettore perché in grado di trasmettere l’amore e la devozione che la scrittrice e i suoi personaggi nutrono nei confronti di questa materia. Le vicende della famiglia Osetskys diventano quindi solo un espediente narrativo per parlare di arte, di Storia, di tutto ciò che è in grado di accendere il cervello umano di passione.


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