3×07 Hai voluto la bicicletta? | “Le balene mangiano da sole” di R. Pellecchia

Con Federica Caslotti, Camilla Magnani e Margherita Buccilli

Su Rosario Pellecchia, autore di questo libro, in realtà non c’è moltissimo da dire. Classe 1970, è un disc jockey, conduttore radiofonico, cantante e scrittore italiano, riuscendo a mettere una di fila all’altra ben quattro di quelle professioni che quando le dici a uno che ti ha chiesto “Che lavoro fai” quello ride e poi ti chiede “No dai che lavoro fai davvero?”.

Con lo pseudonimo di Ross, inizia la carriera in piccole radio locali, esperienza dopo la quale approda a Radio Kiss Kiss e infine a Radio 105, con cui collabora ancora oggi. Potete ascoltarlo ogni mattina dalle 10:00 alle 12:00 su 105 Friends, il programma che conduce con Tony Severo. 

Il suo esordio letterario risale al 2019 con il romanzo Solo per vederti felice, edito da Mondadori, e che fin dal nome e dalla professione del protagonista tradisce un’ispirazione autobiografica. Ma il libro di cui parliamo oggi è Le balene mangiano da sole, pubblicato nel 2021, e che invece parla di un mondo e di un lavoro nati da relativamente poco tempo: quello dei rider, lavoratori giovani, sottopagati, spesso stranieri che consegnano cibo per le varie piattaforme di delivery nate come funghi negli ultimi anni.

Il protagonista questa volta è Gennaro, 23enne napoletano trapiantato a Milano per studiare e che si ritrova impantanato nell’apatia e nella depressione, finendo per abbandonare gli studi per dedicarsi a tempo pieno a quello che doveva essere un lavoretto per arrotondare: quello del rider, appunto, un lavoro che lo porta a cavallo della sua bicicletta ad affacciarsi alla vita delle persone senza però potervi entrare davvero, almeno finché non incontra Luca, dodicenne solo e appassionato di calcio. Tra i due nasce un’amicizia strana senza dubbio, ma vera e importante per entrambi, grazie alla quale i due riescono ad affrontare i loro traumi e a iniziare il percorso di guarigione.

I DATI

Tracciare un identik dei rider italiani è molto difficile. I motivi? Dalla discontinuità del lavoro svolto dsi lavoratori per le piattaforme vari lavori, dall’assenza di dati completi disponibili da parte delle piattaforme, da scarso (sorattutto in una prima fase) interesse circa la categoria che comporta la mancanza di apposite domande mirate nelle rilevazioni statistiche ufficiali come ha lamentato anche lo stesso inps, dall’impossibilità di adottare una definizione univoca per inquadrare detti lavoratori.

Ciò nonostante, nel 2020 all’alba del primo lockdown si stimava che: 30% di loro hanno un lavoro principale, 50% sono studenti e 20% disoccupati o inattivi. Tra gli studenti è superiore la prsenza di diplomati non laureati (proprio perché chi fa questo lavoro di solito è uno studente universitario come il nostro Genny).

Under 40 sono il 49% mentre il 22% di essi ha tra i 18 e 29 anni. 1 su 5 ha la laurea 60% sono italiani gli altri stranieri, soprattutto africani 40% e 15% sono asiatici.

Secondo una ricerca del Dott. Di Cataldo scienze politiche, Uni Catania ha condotto nel secondo semestre del 2020 una ricerca su 120 rider milanesi è emerso che: L’identikit che ne esce mostra una realtà profondamente mutata e tristemente in linea con le conseguenze della crisi economica dovuta al covid e cioè: uomo (92%), nato in Italia (89%), domiciliato in città (75%), non studente (79%) e non giovanissimo (età media è di 31 anni). Il riding è l’attività a cui dedica più tempo, anche tra quelle non lavorative, lo fa da meno di un anno (72%) ed è la sua unica fonte di reddito (66%). (fonte L’epidemia dei rider – Collettiva)

Nel 2021 secondo AGI, si stimava che in Italia oggi lavorino circa 60 mila riders, distribuiti tra le varie piattaforme. 28.836 di loro lavorano Foodinho-Glovo; 8.523 di Uber Eats; 3.642 di Just Eat; 19.510 di Deliveroo. 

La metà sceglie di lavorare per le piattaforme in mancanza di alternative. Uno su tre non ha un contratto scritto e solo uno su 10 ne ha uno di lavoro dipendente. Si stima che il mercato del food delivery solo in italia nel 2020 ha toccato i 900 milioni di euro (il doppio dell’anno precedente e il quadruplo rispetto al 2018). Nel 2019 si contavano circa 11 mila rider che nel giro di due anni, complice anche la crisi economica dovuta alla pandemia si sono praticamente sestuplicati. (AGI)


La dura vita dei rider

di Margherita Buccilli

Come anticipato io oggi vi vorrei parlare delle problematiche lavorative che i riders devono affrontare ogni volta che si mettono in sella. I riders sono i ciclofattorini delle consegne a doicilio che ormai da molti anni suonano i nostri campanelli consegnandoci pranzi e cene a ogni ora del goeno e della notte. In sella alle loro biciclette sfrecciano nelle nostre città e no, non sempre sappiamo quali e quante problematiche portano con loro dentro i cubi colorati sulle loro spalle. Facciamo però un piccolo passo indietro: non penso sia una novità se dico che l’avvento della tecnologia, così come è diventato parte integrante delle nostre vite e le ha modificate, è anche diventato parte integrante del mondo del lavoro e lo ha modificato. E questo è semplice, no? Tra le varie novità portate dalla rivoluzione tecnologica del mercato del lavoro, troviamo la nascita della gig economy (l’economia dei lavoretti). Nasce nel 2010 circa negli USA e da lì viaggia in tutto il mondo.

Altro non è che quel mercato di servizi e lavori on demand dove tramite app si cercano e si offrono prestazioni di lavoro (gli ambiti principali in cui opera sono quello dei trasporti – uber-, dell’house sharing – airbnb, booking – e poi quello delle consegne e del delivery – ed è qui che troviamo le piattaforme, quelle app ed algoritmi – attraverso cui concretamente si offrono e si acquistano i servizi di delivery on demand – che sono diventate delle vere e proprie protagoniste del mercato del lavoro, inserendosi (e andando ad alterare) in quella struttura che vedeva rapportarsi il datore di lavoro e il lavoratore e il cliente.

Per fare un esempio concreto, basti pensare che se una volta volevo ordinare una pizza chiamavo direttamente la pizzeria che me la mandava a casa tramite un loro dipendente mentre ora mi rivolgo a una piattaforma di delivery e allo stesso tempo il ragazzo delle consegne altro non era che un dipendente della pizzeria (o del ristorante) mentre ora lavora di fatto per un datore di lavoro invisibile – la piattaforma – presente sul suo cellulare.

Non penso sia quindi una sorpresa se vi dico che questa nuova struttura del mercato del lavoro ovviamente comporta tutta una serie di altri problemi e che a farne le spese sono, guarda caso, la parte più debole del contratto di lavoro e cioè i lavoratori. *mettere suono di campanello bicicletta*

Vediamoli insieme. Iniziamo dal problema legato alla privacy.

Il problema nasce perchè il datore di lavoro è, in sostanza, la piattaforma e dove si trova fisicamente? Sul cellulare 

Il cellulare è sempre con noi – ci segue persino in bagno – ed è palese come possano verificarsi delle ingerenze da parte del datore nella vita privata del lavoratore. E’ estremamente facile per il datore tracciare gli spostamenti del rider così come è estremamente facile e invasivo esercitare il controllo e il potere datoriale su di lui.

E il rischio non si limita solamente agli orari e ai turni di lavoro ma anche e soprattutto al momento in cui il lavoro è finito. Per fortuna, anche grazie all’impatto della pandemia e dello smartworking si è configurato il cd. diritto alla disconnessione che si sostanzia nel diritto del lavoratore “da remoto” ad interrompere tutte le possibili ingerenze lavorative nella propria sfera privata una volta terminato il turno di lavoro. Sembra assurdo doverlo precisare con un diritto ad hoc, vero?

Vi racconto, tra l’altro, un episodio che ha destato vero e proprio scalpore. Un rider ha infatti raccontato che il proprio datore di lavoro svolgesse regolarmente dei controlli a distanza sul concreto svolgimento della sua prestazione. Il controllo, in questo caso, era consistito in una telefonata che il rider aveva ricevuto dal datore appena uscito dal ristorante presso cui aveva ritirato l’ordine in quanto il datore voleva monitorare lo stato della consegna. Insomma questo non fa a tempo di prendere la pizza, il sushi o il panino e salire sulla moto che arriva una chiamata dal datore per controllare a che punto sono, ma mi lasci lavorare che ci metto pure meno tempo?

Lo stesso intervistato ha poi riferito che la piattaforma in questione aveva inviato a tutti i dipendenti una mail in cui veniva lamentato che, da dei controlli eseguiti, il livello delle batterie dei cellulari dei rider in servizio fosse troppo bassa per eseguire un numero soddisfacente di consegne e li minacciava che se non avessero invertito il trend, sarebbero stati presi dei provvedimenti nei loro confronti.

Un altro noto episodio (portato alla luce dal caso foodora che è stato il principale caso che i tribunali italiani e la cassazione hanno affrontato) riguarda poi la disattivazione degli account di dei dipendenti da parte della piattaforma che avevano partecipato a una manifestazione di protesta.

E qui nascono due ulteriori problemi: voi sapete che lo statuto dei lavoratori riconosce loro il diritto di associazione sindacale, oltre al diritto di sciopero, può dirsi garantito a fronte del rischio di ritorsioni da parte delle piattaforme? Ai posteri l’ardua sentenza.

Il secondo riguarda invece il meccanismo del rating.

Dovete sapere, infatti, che le piattaforme individuano i propri dipendenti non come lavoratori subordinati ma come lavoratori autonomi, promettendo quindi tutti quei “vantaggi” che un lavoratore autonomo avrebbe a differenza di un subordinato come, per esempio, la libertà di poter scegliere il proprio orario di lavoro. 

Non è esattamente così.

Il lavoratore ha sì il diritto di scegliere quando effettuare i propri turni di lavoro ma tale facoltà è correlata al “rating” (punteggio a stelle) associato al suo profilo online che viene determinato dagli utenti finali mediante una valutazione espressa al termine di ogni servizio effettuato. Il rating quindi consiste nella reputazione virtuale del rider e ne condiziona in concreto la possibilità di lavorare. Più alto è il tuo punteggio più l’algoritmo ti permetterà di scegliere gli orari migliori per lavorare (come per esempio la sera, soprattutto nei week end). Fun fact un po’ creepy, c’è una piattaforma (Deliveroo mi pare) che ha persino dato un nome al proprio algoritmo, si chiama Frank.

Inoltre, per come è stato configurato il sistema della valutazione è facile capire come può diventare discriminatorio nei confronti di alcune categorie di lavoratori (mah così a caso, gli immigrati per esempio??) e quindi rischia di essere contrario al principio di eguaglianza (che si trova nella costituzione, ricordo).

Quindi appare chiaro come la caratteristica principale del contratto di lavoro autonomo l’indipendenza – viene a mancare (perchè insisto sul binomio autonomo – subordinato? Continuate ad ascoltarci) dal momento che la libertà di scegliere i propri orari è comunque vincolata dalla reputazione virtuale che è a sua volta vincolata a quanto lavori. Perché ovviamente se non lavori (dal momento che con questo tipo di contratto non esistono vincoli di orari, ferie, malattia e giorni di riposo perchè sei AUTONOMO) la tua reputazione virtuale ne risente (in quanto verrai superato da altri che collezionano più stelle) e quindi anche la tua futura possibilità di lavorare.

E ora veniamo al problema dei problemi….LA RETRIBUZIONE!! *Mahmood che fa Pensavi solo ai soldi SOLDIII clap clap*

Voi sapete cos’è la paga a cottimo? E’ una tipologia di pagamento con cui non si viene pagati “a ore” ma “a prestazione”. Preciso che non tutte le piattaforme pagano a cottimo, ma alcune sì ed è un problema (è un po’ come il not all men, not all piattaforme). E’ un problema perchè se “più lavori e più ti pagano” il lavoratore cercherà di concludere il maggior numero di consegne possibili mettendo a repentaglio la propria salute e sicurezza sul lavoro. È facile immaginare concretamente quali sono i rischi e i pericoli a cui vanno incontro questi lavoratori che corrono nel traffico senza badare troppo a semafori o stop per eseguire quante più consegne possibili e, qualora dovessero farsi male o subire un incidente, non essendo lavoratori subordinati non avranno neanche diritto a giorni di malattia e le cure non saranno coperte dalla propria assicurazione (oltre al fatto che non lavoreranno e il loro rating si abbasserà). Innumerevoli sono gli incidenti stradali che i riders hanno causato e hanno subito nelle varie città italiane infortunandosi anche gravemente e nei casi peggiori sono morti. Solo nel 2019 si stimava che i rider morti sul lavoro fossero 4. 21 son rimasti feriti e 6 di loro sono gravi (uno ha anche subito l’amputazione di una gamba). Spesso poi i riders sono stati oggetto di vandalismo locale, molte sono le storie di riders che mentre lavoravano hanno subito percosse da vandali o – storie che personalmente ho trovato strazianti – durante la consegna cioè proprio mentre erano nelle case a consegnare hanno subito il furto del proprio veicolo. Ah sì, in tutto questo, ricollegandoci al problema della retribuzione e dell’orario di lavoro non esistono le maggiorazioni festive, gli straordinari o l’aumento previsto per l’orario di lavoro notturno, insomma, tutte quelle tutele di base a cui non lavoratori e lavoratrici privilegiati non abbiamo neanche bisogno di pensare se ci spettano o meno. *intermezzo*

Però le cose stanno iniziando ad andare meglio. Negli anni c’è stata sempre una maggiore presa di consapevolezza collettiva delle problematiche legate al lavoro dei riders e, inizialmente, è intervenuta la Cassazione che, con il caso Foodora che ha visto per la prima volta dei lavoratori citare in giudizio la piattaforma/datrice di lavoro, nel gennaio 2020 (quindi ci rendiamo conto che non era molto tempo fa) ha riconosciuto che indipendentemente dal nome che le piattaforme danno al contratto di lavoro, se sono individuabili le caratteristiche della subordinazione devono applicarsi tutte le tutele che ne derivano. Sicuramente si è trattato di una svolta importantissima sul tema ma da sola non è bastata. Infatti, nonostante questa decisione le problematiche non sono improvvisamente sparite nel nulla perché le piattaforme che operano sul mercato sono numerose e tutte operano in modo diverso e non è sempre facile tracciare la linea di separazione tra autonomia e subordinazione. 

Più o meno un anno fa ha avuto luogo il primo sciopero nazionale dei riders – non so se vi ricordate, io mi ricordo benissimo che quel giorno da brava sindacalista ho scritto a tutti NON ORDINATE DELIVERY CHE OGGI C’È LO SCIOPERO E DOBBIAMO SOSTENERLO -… e beh, credeteci o no, lo sciopero è servito ed infatti una delle piattaforme (lo dico; coff coff Just Eat) ha riconosciuto la natura subordinata del contratto di lavoro e ha deciso di applicare il CCNL del settore della logistica e consegna merci ai suoi – possiamo dirlo – LAVORATORI SUBORDINATI.

Non è ancora finita, in questi primi mesi del 2022 ci sono stati ancora diversi scioperi da parte dei riders perché le piattaforme vorrebbero applicare e estendere il modello just eat a patto di ridurre la paga oraria (che ora si aggira sui 7 euro) e ovviamente i riders non ci stanno. Va da sè che i riders che hanno scioperato hanno subito delle ritorsioni da parte dei datori…la partita è ancora aperta. 

Bene, spero di avervi potuto illustrare una realtà che magari non sempre vediamo o che non vogliamo vedere e spero che da questa chiacchierata rimanga un po’ di consapevolezza ogni volta che ci ordiniamo la pizza o il sushi a casa e che magari la prossima volta scegliamo di scendere e di andare a ritirarlo noi. Allo stesso tempo spero che ci ricordiamo che, a differenza di Genny che ama il suo lavoro da rider, per molti altri questo lavoro non è quasi neanche più una scelta ma l’ultima spiaggia ed è per questo motivo che sono disposti ad accettare queste condizioni di lavoro degradanti e precarie. se ci definiamo una società civile non possiamo permettere che dei diritti così quasi scontati possano essere sacrificati in nome del profitto.


Non mi pagano abbastanza per queste cazzate

di Camilla Magnani

Il mio primo anno in Inghilterra ho vissuto in un appartamento condiviso. Uno dei miei coinquilini era un ragazzo che lavorava per Deliveroo e Uber Eats. Ebbene sì. Tutte e due. Era così veloce in bici che mentre aspettava l’ordine di una piattaforma, consegnava il cibo ordinato dall’altra.

A volte usciva di casa alle quattro per consegnare la colazione di McDonald’s a questa famiglia che abitava esattamente davanti al McDonald’s. Ma se pensavo che questa fosse una storia strana è perché ancora non mi erano state aperte le porte al magico mondo di Reddit, dove la gente dal 2005 fa domande che in alcuni casi risultano in risposte assolutamente assurde. Quindi mi sono detta: il mondo è strano. Nel libro il nostro protagonista cerca sempre di immaginarsi le persone che lo attendono dietro alla porta ma vi assicuro che ho trovato storie che avrebbero messo la sua immaginazione a dura prova.

Devo premettere che, nonostante io abbia cercato storie propriamente italiane, è fondamentalmente impossibile. Se ne trovate, per favore inviatecele perché io ci terrei davvero tantissimo a scoprire la follia propriamente nostrana. Per oggi però, accontentatevi di quei pazzi statunitensi e britannici che ho trovato su internet.

Allora, c’è da dire che per motivi assolutamente ovvi ho scelto di non includere storie (indovinate da quale Paese) in cui i fattorini vengono accolti da gente che si presenta sulla soglia con una grande fame e un fucile a canne mozze. E, e in questo caso vorrei specificare che credo che questo accada in tutti i Paesi, tutte quelle storie in cui i rider vengono accolti dalla semi o completa nudità, spesso accompagnati da proposte estremamente indecenti.

Per tutte quelle strane storie potete usare voi stess Reddit, o guardarvi un porno. Oggi, però, vi racconto moltissime altre incredibili e assurde esperienze che diversi rider in giro per il mondo hanno raccontato.

In passato, quando ancora non esistevano Deliveroo, Uber Eats o compagnia bella, uno dei pochi servizi di delivery online era fornito dalle grandi catene che consegnavano la pizza. E nel momento in cui nessuno ha più dovuto parlare con nessuno, sono iniziate le istruzioni assurde.

Questa sezione la voglio intitolare “Non mi pagano abbastanza per queste cazzate”

A quanto pare una decina di anni fa andava di moda su Reddit aggiungere richieste strane all’ordine per poter raggiungere cinque minuti di celebrità. Quindi in pratica per loro era una sfida alla creatività, ma, anche se non dubito che abbia strappato qualche sorriso all’inizio, penso che per coloro che lavoravano nei ristoranti era più una cosa come “Non mi pagano abbastanza per ste cazzate”.

Oltre alle centinaia di persone che hanno chiesto ai loro rider-driver di disegnare creature mitologiche, scrivere poesie o dichiarare il loro componente degli One Direction preferito, alcune richieste addirittura erano competenza del pizzaiolo stesso. Infatti quelle che più mi hanno colpito sono quelle in cui la gente chiedeva di tagliare la pizza in cerchi concentrici oppure a forma di pentacolo o ancora a forma di triangolo isoscele. Che poi, voglio dire, come la mangi una pizza tagliata in cerchi concentrici? Ma non sto a farmi troppe domande. In certi paesi si mangiano la pizza in maniere così aberranti che sapete che vi dico, si meritano quasi un triangolo scaleno.

Anche se la più bella descrizione in realtà credo sia parecchio recente, ne abbiamo addirittura la foto e recita, nelle istruzioni per la preparazione, una vera e propria poesia metropolitana:

Voglio la crosta un po’ più croccante del normale. Ma non troppo. Se così è troppo vago, falla come se ti stessi vendicando di un ragazzo che ti ha tradito, MA con cui ti vuoi riconciliare in un futuro non troppo distante.

A me sembra assolutamente chiaro come la voglia questa persona.

Ma la pizza è pronta ora. Andiamo a consegnarla. Ecco alcune istruzioni davvero assurde che i rider-driver si sono ritrovati. Questa sezione la chiamo, come la precedente “Non mi pagano abbastanza per queste cazzate”.

La prima richiesta che vi presento era allegata alla poesia metropolitana di prima. Quindi la stessa persona che ha un fidanzato stronzo e ora scopriamo, anche altra interessante compagnia.

Le istruzioni per la consegna sullo scontrino recitano: Il cancello è difficile da aprire, per favore non romperlo. E il ragno sul portico si chiama Frank. Sii carino con Frank, è il guardiano dei pomodori.

Io non so voi, ma voglio conoscere questa persona e mangiare i suoi pomodori.

Poi, visto che bussare alla porta o suonare il campanello fa troppo anni ’90, “caizer68” su Reddit ci racconta che ha ricevuto le seguenti istruzioni “Quando ti avvicini alla casa, spegni le luci della macchina, non suonare il campanello e non bussare.  Cammina fino in garage e canticchia la canzone di Batman”. Caizer68, che è un uomo di spirito ha seguito le istruzioni e si è ritrovato un gruppo di uomini di mezza età che ridevano come matti e che grazie a Dio gli hanno lasciato cinquanta dollari di mancia.

Spesso però, le richieste si spingono fino al fare conversazione. Fun Fingers scrive che si è ritrovat queste istruzioni “C’è un sombrero sulle scale all’entrata. Per favore, indossalo e parla solo in spagnolo”. Beh, Fun Fingers è proprio Fun e per questo ha seguito le istruzioni incontrando, come era prevedibile, degli studenti ubriachi che, anche qui, fortunatamente gli hanno lasciato la mancia.

Ci sono storie però che provengono anche dai clienti. E mentre ovviamente ci sono storie romantiche di persone che sorprendono partner con cibi a sorpresa o facendo la proposta grazie a anelli nascosti nel cibo. GLMonkey racconta di aver comprato una pizza per sua moglie e aver aggiunto una piccola richiesta. Una domanda, da fare a sua moglie alla consegna.

Quindi la moglie riceve la pizza e si ritrova l’impiegato della pizzeria che le dice “Ecco la sua pizza. Oggi ha fatto la cacca?”. Non so come sia finita. Ma potrebbe essere benissimo l’esito di una proposta con anello nel cibo, non credete?

Tornando alle storie di chi consegna, copenhagenNbeer racconta di aver ricevuto istruzioni di inserire casualmente la parola pene nella conversazione una volta arrivato a casa del cliente.

Come sarà andata?

A volte le modalità di consegni o i luoghi di consegna davvero mettono alla prova i santissimi e santissime rider. Diamo voce a Wadatah2526 che ha ricevuto richiesta di consegnare attraverso lancio aereo. Che vorrà dire? La lancio da un albero? Uso un paracadute? Non ho idea di come sia andata. Ma sicuramente siamo assolutamente sicuri che c’è una certa dedizione nel soddisfare i desideri dei clienti. A Londra un rider ha dovuto consegnare cibo ad una coppia in un parco. Fin qui nulla di strano. Se non che la coppia fosse su un pedalò. In mezzo ad un lago. Quindi il rider è diventato un pedalò rider improvvisato e ha consegnato il cibo alla coppia.

Voglio terminare con la mia preferita. E forse penserete che sono folle per considerarla la mia preferita, ma io non riuscivo a smettere di ridere.

Helloitssimi ci dice: consegno pizze solo da un mese e mezzo e la scorsa settimana ho dovuto consegnare una pizza a delle persone che vivevano accanto a una casa che stava andando a fuoco. Non sto parlando di un piccolo incendio eh, sto parlando di tre camion dei pompieri, due macchine della polizia e due ambulanze con una casa in fiamme letteralmente a cinque metri dal pianerottolo dove mi trovavo. È stato così surreale che quando le ragazze hanno aperto la porta ho detto “Buonasera, ecco la vostra pizza, la casa dei vicini sta andando a fuoco”.

Spero che tutte queste storie assurde vi abbiano fatto sorridere ma anche riflettere, proprio come dovrebbero fare tutte le storie di grande valore sin dai temi delle elementari. E mentre riflettete per favore, abbiate pietà per la gente che lavora e non siate stronzi con i rider.

Pizza deliverers of Reddit, what is the craziest thing you’ve encountered while delivering pizza? : r/AskReddit

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Ma le balene mangiano da sole?

di Federica Caslotti

Ci sono tante cose che mi infastidiscono, ma tra tutte una di quelle più futili e che eppure mi turba di più sono gli italiani che si arrabbiano per il cibo. Perché alla fin della fiera se tu ti vuoi mangiare una carbonara con panna e cipolla, te la mangi te, mica io, e non m’interessa se la chiami carbonara, la puoi chiamare Marzia per quel che mi riguarda. Allo stesso tempo non ho mai visto un giapponese arrabbiarsi così per il sushi nonostante gli orrori quotidiani che vediamo ogni giorno su BuzzFeed e negli All you can eat.

Quindi in un primo momento avevo deciso di triggerarvi con ricette blasfeme e curiosità che dimostrano che no, non abbiamo affatto il monopolio né l’ultima parola su quello che va nella pasta e quello che non ci va, ma poi ripensando al titolo del libro ho pensato che forse scoprire le abitudini alimentari dei nostri amici animali vi avrebbe aiutato a rimettere le cose in prospettiva. 

I koala sono dei sommelier. Non solo si nutrono solo di eucalipto, che tra l’altro è solo comodo per loro da mangiare ma in realtà non contiene tutte le sostanze di cui avrebbero bisogno, ma l’eucalipto non gli va nemmeno bene tutto: esistono 300 tipi di eucalipto in Australia, ma loro ne mangiano solo 12. Contemporaneamente, visto che quando nascono non hanno nemmeno gli enzimi per digerire quella che hanno scelto come unica fonte di nutrimento, mamma koala offre ai suoi cuccioli la merenda dei campioni, ovvero le sue feci, che contengono tutto quello di cui i baby koala hanno bisogno.

Pensate che trovare un partner sia difficile per noi? Alcune specie di scarabeo per corteggiare la compagna si procurano un bel topo morto, lo portano alla loro bella, lo seppelliscono insieme, trombano sulla fossa e lì la femmina depone le uova e quando queste si schiuderanno tutti insieme mangeranno il cadavere. E questo nel regno animale è il corrispettivo della nostra famiglia del mulino bianco, perché come molti di voi sapranno ci sono bestie a cui va decisamente peggio, ad esempio le mantidi: bellissime, affascinanti, aliene, e quando si accoppiano la femmina stacca la testa del compagno e poi se la mangia. Succede anche ad alcune specie di ragni, che però si sono fatti più furbi delle amiche mantidi:i ragni della famiglia pisauridae si presentano all’appuntamento galante con la femmina (che è tra l’altro molto più grande di loro) con una preda bella impacchettata nelle ragnatele. E questo perché? Perché se malauguratamente la femmina dovesse consumare la preda prima che il maschio finisca di fare i suoi comodi, lei si mangerebbe pure lui. Quindi il pacchetto deve essere sufficientemente difficile da aprire da permettere al maschio di copulare e scappare. 

Ti va un bicchiere di latte per riprenderti da questa carrellata di informazioni non richieste? Puoi provare il latte di fenicottero, ebbene sì: no, non puoi mungere un fenicottero ma forse dopo che ti dirò da dove viene il latte lo rimpiangerai. Infatti il fenicottero produce il latte del gozzo. Cito da Wikipedia:

Il latte del gozzo è una sostanza risultante dallo sviluppo delle cellule epiteliali che tappezzano il gozzo di certe specie di uccelli, come i fenicotteri, i pinguini imperatore o i piccioni, nel cui caso si parla appunto di latte di piccione. Questa sostanza altamente nutriente viene data come nutrimento ai nidiacei tramite rigurgito.

Insomma, i piccioni fanno ogni giorno più schifo ma vi sorprenderà scoprire che c’è di peggio. Esiste infatti il latte di scarafaggio, prodotto da una particolare specie, la Diploptera punctata, che lo usa per nutrire i suoi piccoli. Questo latte è ricchissimo di un sacco di cose che fanno bene, tanto che è considerato un superfood anche per gli esseri umani. Purtroppo o per fortuna produrlo e commercializzarlo per ora è impossibile visto che come immagino abbiate già capito non si può mungere uno scarafaggio. Per esempio per 100 ml di latte di scarafaggio dovresti uccidere 1000 esemplari.

A tutti è capitato di avanzare il cibo, e succede anche nel regno animale. Per questo l’averla, un grazioso uccellino molto diffuso nel nostro emisfero, impala le sue vittime (insetti o piccoli roditori) alle spine delle piante per poi tornare a finire il macabro pasto con comodo. 

E a proposito di comodità, c’è qualcuno che sta così bene dentro al proprio cibo che vi si stabilisce. Sto parlando della Cymothoa Exigua, un crostaceo chiamato anche “pidocchio mangialingua”. La femmina fecondata si introduce nella bocca dei pesci e si attacca alla lingua, da cui succhia sangue finché questa non va in necrosi. Il pidocchio resta attaccato, al punto che il pesce lo muove come se fosse la sua stessa lingua, mentre questo attende il momento di far schiudere le sue uova. Quando ciò avviene, queste vengono liberate in acqua, e sia il pesce che il parassita muoiono. 

Per concludere su note meno disgustose, possiamo parlare di tutti quegli animali che devono il loro colore caratteristico alla loro dieta.

Forse sapete già che salmoni e fenicotteri non sono naturalmente rosa, ma devono il loro colore a tutti i gamberetti che mangiano. Ma ad esempio io non conoscevo la  sula piediazzurri, che  ha, non l’avrei mai detto, le zampe azzurre, mantenute grazie alla sua dieta ricca di pesce. Il colore più intenso, che nel rito d’accoppiamento mettono in risalto facendo una buffa danza con i loro piedoni, indica una salute più forte e quindi li rende dei partner più desiderabili.


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