#3×01 La puntata dove non avremmo dovuto parlare di cadaveri | La Biblioteca di Mezzanotte di M. Haig

Sarebbe molto più semplice se capissimo che non esiste un modo di vivere che ci rende immuni dalla tristezza. E che la tristezza è parte intrinseca della trama della felicità. Non si può avere una senza l’altra.

Matt Haig è nato a Sheffield, in Inghilterra, il 3 luglio 1965. Purtroppo in questo caso non abbiamo aneddoti piccanti e goliardici da raccontare sulla sua vita nel periodo della scuola e dell’università, come invece nel caso di Murakami. Dalla sua pagina di Wikipedia risulta solo che ha frequentato l’università di Hull, dove ha studiato Inglese e Storia. Autore sia di fiction che di non-fiction, ha pubblicato sia per adulti che per bambini e ragazzi, ma è anche giornalista, e ha collaborato per diverse testate importanti, come il Guardian, il Sunday Times e l’Independent.

Il suo primo romanzo esce nel 2005: il titolo originale è The last family in England, ma in Italia viene tradotto con Il patto dei labrador, dal momento che il narratore protagonista è proprio il cagnolone di famiglia, ed è un retelling dell’Enrico IV di Shakespeare. 

Il suo secondo romanzo, Il club dei padri estinti, si ispira invece alla vicenda di Amleto, con fantasmi vendicativi, zii colpevoli e ragazzini presi in mezzo a cose più grandi di loro. Altre opere importanti sono l’autobiografia Ragioni per continuare a vivere (2015), Come fermare il tempo (2018) e il suo ultimo romanzo, quello di cui parliamo oggi, e cioè La biblioteca di mezzanotte

Nel libro, Nora Seed, 35enne depressa e delusa dalla vita, decide che la sofferenza che sente è troppa, e che vuole farla finita. Ma dopo essersi imbottita di farmaci ed essersi stesa sul letto, aspettandosi di non alzarsi mai più, si ritrova in una immensa biblioteca, dove la vecchia bibliotecaria della sua scuola, la signora Elm, la accoglie. La signora Elm le spiega che i libri contengono tutte le vite possibili di Nora: la vita in cui non ha mai smesso di nuotare ed è diventata una campionessa olimpica, quella in cui ha aperto un pub con il ragazzo che avrebbe voluto sposare, quella in cui è diventata una rockstar e quella in cui è una ricercatrice alle Svalbard. Ogni libro le permetterà di provare a vivere in una vita diversa, ma appena proverà di nuovo quel senso di delusione, smarrimento e infelicità che aveva provato nel momento in cui aveva deciso di morire, tornerà nella biblioteca. 

La biblioteca è nata per Nora e per continuare a esistere ha bisogno di lei: riuscirà Nora a trovare la vita perfetta per lei prima che il tempo ritorni a scorrere, o la biblioteca scomparirà, insieme alla sua effimera opportunità di tornare a vivere? 

Matt Haig ha lottato per tutta la sua vita contro la depressione. All’età di 24 anni ha contemplato il suicidio, tirandosi indietro un attimo prima che fosse troppo tardi, e dalla sua dolorosa esperienza è nata l’autobiografia Ragioni per continuare a vivere, pubblicato nel 2015 quando l’autore ha rivelato per la prima volta al pubblico di soffrire di tale disturbo. 

Oggi Matt è sposato, ha due figli, è un romanziere di successo, continua a soffrire di ansia e depressione, e quello che vuole insegnare, il messaggio che vuole trasmettere, è che la vita ti tirerà sempre delle gran badilate in faccia, ma sei abbastanza forte non solo per sopravvivere, ma anche per prosperare.

La depressione, il suicidio, il rimpianto, temi con i quali Haig ha quindi esperienza diretta, sono preponderanti in questo libro, ma a bilanciare c’è un senso di meraviglia, un’ironia lieve, e una fiducia incrollabile nel domani. Il messaggio può essere riassunto con: alla fine tutto andrà bene, e se non va bene, è perché non è la fine. Nelle sue molte vite, Nora impara che la sua scelta di morire era in realtà dettata da una disperata voglia di vivere, che non è nel passato che troverà quello che desidera per il suo futuro, e che non esiste successo lavorativo, artistico o amoroso che possa farla sentire meglio, perché l’unica artefice della propria felicità è lei stessa.


Libri strani, libri morti

di Federica Caslotti

Ormai sapete che amo le storie strane, macabre e misteriose. Ovviamente, amo anche i libri. Quindi, quei libri che hanno delle storie strane, macabre e misteriose, appunto, mi piacciono tantissimo. 

I libri della Biblioteca di Mezzanotte sono più gentili dei libri di cui vi parlo oggi, senza dubbio, il più delle volte piacevoli da leggere anche se possono rivelarsi dolorosi, ma condividono con loro una dimensione altra, soprannaturale, e leggermente disturbante. 

Il manoscritto di Voynich è stato definito il libro più misterioso del mondo. Il nome viene dal suo primo acquirente certo, Wilfrid Voynich, mercante di libri rari polacco, che acquistò una mistery box da un collegio gesuita a Villa Mondragone, vicino Frascati, e dentro ci trovò questo libro indecifrabile. La datazione al carbonio fa risalire il libro al XV secolo, più precisamente tra gli anni 1404 e 1438, e gli esperti sono riusciti solo parzialmente a ricostruire la storia di questo volume

Al suo interno, Voynich trovò una lettera scritta da Jan Marek Marci, accademico e medico personale di Rodolfo II di Boemia (prima metà del XVII secolo), indirizzata al poligrafo Athanasius Kircher, residente a Roma, con la quale il medico chiedeva all’amico di decifrare il libro.

Questo libro, lasciatomi da un amico intimo, l’ho destinato a te, mio ​​carissimo Athanasius, non appena è entrato in mio possesso, […] L’ex proprietario di questo libro una volta ha chiesto il tuo parere per lettera, copiando e inviandoti una parte del libro da cui credeva che avresti potuto leggere il resto […] Alla sua decifrazione si dedicò instancabile fatica, come risulta dai suoi tentativi che ti mando con la presente, e rinunciò solo alla speranza con la sua vita. […] Il dottor Raphael, precettore di lingua boema di Ferdinando III, allora re di Boemia, mi disse che il detto libro era appartenuto all’imperatore Rodolfo e che aveva presentato al portatore che gli aveva portato il libro 600 ducati. Credeva che l’autore fosse Roger Bacon, l’inglese. Sul punto sospendo il giudizio.

L’amico citato da Marci è un alchimista noto col nome di Georg Baresch, anch’egli cortigiano alla corte degli Asburgo. Dunque il manoscritto è arrivato in Italia da Praga, e lì è rimasto. Ma come era arrivato alla corte di Boemia? Voynich era convinto che il manoscritto fosse stato acquistato da Rodolfo II da John Dee, matematico e occultista inglese, che sosteneva, fatto di cui era convinto anche Voynich, che l’autore del manoscritto fosse Roger Bacon, filosofo e scienziato tra le menti più brillanti del suo tempo, ma anche alchimista invischiato con le scienze magiche. Rodolfo II era grande collezionista di libri, noto per aver speso somme anche molto ingenti per accaparrarsi opere rare ed esotiche. è quindi credibile che abbia acquistato un libro come questo, ma che il manoscritto sia stato redatto da Roger Bacon o abbia a che fare con John Dee non è dimostrabile. Il libro era poi passato a Baresch e poi a Marci, fino ad arrivare a Kircher, che lo donò ai Gesuiti. 

Dopo la morte di Voynich, il manoscritto fu ereditato da hans P. Kraus, che lo donò all’Università di Yale. Oggi non solo potete consultare il manoscritto online, ma potete anche acquistarne una copia qui.

Ma qual è il contenuto di questo manoscritto che così tanti grattacapi ha causato nella storia? Il significato del testo resta ancora oggi sconosciuto, ma a rendere ancora più affascinante l’opera sono le illustrazioni: sono state individuate quattro sezioni. La prima è quella chiamata Botanica, dove sono raffigurate 113 piante sconosciute. Segue quella chiamata Astronomica o Astrologica perché sembrerebbe raffigurare costellazioni che però non sono riconoscibili nel nostro cielo. Nella sezione Biologica sono raffigurate donne nude che fanno il bagno in dei vasi comunicanti contenenti liquido scuro. Infine, la sezione Farmacologica comprende immagini di ampolle e erbe medicinali, anch’esse di natura sconosciuta.

Il Codex Gigas è il secondo di questi libri misteriosi di cui vi parlo oggi. Il codex ha almeno 800 anni ed è il più grande manoscritto medievale sopravvissuto fino ai giorni nostri, nel senso che è letteralmente gigantesco: è lungo 92 cm, largo 50 cm e spesso 22 cm, pesa 75 kg e originariamente conteneva 320 pagine di vellum, 8 delle quali però sono state rimosse… 

L’altro nome con cui l’opera è nota è La Bibbia del Diavolo: il Codex contiene, oltre alla trascrizione completa della Bibbia, la Etymologiae di Isidoro di Siviglia, le Antichità giudaiche e la Guerra giudaica dello storico Giuseppe Flavio, la Chronica Boëmorum di Cosma Praghese, vari trattati di storia, etimologia e fisiologia, un calendario con la lista dei santi, l’elenco dei monaci dei monasteri di Podlažicama, la regione in cui l’opera è stata composta, formule magiche e altri documenti tra cui gli alfabeti greco, cirillico ed ebraico, diverse miniature e illustrazioni, e tra queste, una raffigurazione del Diavolo che occupa l’intera pagina 577.

Il manoscritto viene da un monastero benedettino situato nell’odierna Repubblica Ceca, e si dice che a realizzarlo sia stato un monaco noto col nome di Herman il Recluso. Per completare un’opera del genere, un solo amanuense avrebbe dovuto impiegare una vita intera, un’impresa praticamente impossibile, eppure gli esperti hanno notato una certa uniformità nella scrittura che indica che effettivamente il codice sembra scritto interamente dalla stessa mano. La leggenda narra addirittura che il Codex sia stato composto nel corso di una sola notte: Herman il Recluso era stato condannato ad essere murato vivo per aver infranto i voti monastici. L’uomo però aveva chiesto di essere graziato se fosse riuscito, come penitenza, a realizzare prima dell’alba un libro tanto bello e maestoso da glorificare per sempre il monastero. Gli fu concesso, ma a metà della notte si rese conto che l’impresa sarebbe stata impossibile. Invocò quindi il Diavolo, promettendogli la sua anima immortale pur di avere salva la vita su questa terra: e così il Diavolo gli diede le capacità per completare l’impresa nei tempi stabiliti. Non è chiaro se il ritratto del Diavolo sia stato aggiunto da Herman in un moto di gratitudine o se sia stato il Maligno a firmare così la sua opera. Ma secondo la leggenda, Herman il Recluso scampò alla giustizia terrena, pur essendosi condannato alle fiamme dell’Inferno. 

Abbiamo già citato John Dee: matematico, filosofo, occultista, secondo varie speculazioni sarebbe legato al manoscritto di Voynich. Se su quello non abbiamo prove, c’è invece un libro misterioso che davvero gli diede dei grattacapi nel corso della sua carriera. Sto parlando del Libro di Soyga, un trattato di magia risalente al XVI secolo che in particolare tormentava lo studioso per dei quadrati contenenti delle lettere che lo studioso non aveva idea di come decifrare. Esistono molti quadrati magici nella storia, il più famoso è il quadrato del Sator, citato anche in Tenet (un film inutile), di cui si sono date tantissime interpretazioni. Invece di questi quadrati magici, molto più grandi del quadrato del Sator, Dee non riuscì mai a dare una spiegazione, finché non decise di chiedere direttamente ai piani alti.

Durante i suoi viaggi in Europa aveva conosciuto Edward Kelley, alchimista, glottoteta e medium. Usando Kelley come intermediario, Dee si era messo in contatto con niente poco di meno che l’arcangelo Uriel e gli aveva chiesto di interpretare le pagine del libro di Soyga. L’arcangelo annuncia che è fortunatissimo a possederlo perché questo libro era appartenuta ad Adamo nel Giardino Terrestre, ma sfortunatamente solo l’Arcangelo Michele avrebbe potuto rivelargli il significato. 

Dopo la morte di Dee del manoscritto si perdono le tracce fino al 1994 quando è la studiosa Deborah Harkness, l’autrice di A discovery of witches, a ritrovare non una ma ben due copie di questo libro. E non lo ritrova per caso, eh: erano una copia nella British Library di Londra, l’altra nella Biblioteca Bodleiana, Com’è possibile allora che nessuno se ne fosse accorto? Ebbene, a tanti studiosi era sfuggito che un altro nome dell’opera era Aldaraia sive Soyga vocor. E quindi lo stavano cercando sotto la lettera sbagliata: la S invece della A. 

Alla faccia dell’arcangelo Uriel, la matematica potrebbe essere vicina a offrirci una soluzione al mistero: James A. Reeds, matematico già coinvolto nelle ricerche sulla lingua del Voynich, ha scoperto che “ogni tavola si basa su una parola magica di 6 lettere, che ne costituisce il “seme”; a partire da questa parola, diversa su ogni pagina, una semplice equazione consente di calcolare tutte le lettere del quadrato 36×36.” Vi lascio un link dove questo metodo che a me fa venire mal di testa solo a guardarlo è spiegato in maniera più approfondita qui.

Infine, Camilla aveva una richiesta per oggi: i libri in pelle umana. La Bibliopegia antropodermica è una tecnica di rilegatura che prevede l’utilizzo della pelle umana. Una tecnica che Wikipedia ci tiene a sottolineare oggi essere caduta in disuso, ma che ha avuto il picco nel XVII secolo. 

Quindi non era un evento così raro ed eccezionale imbattersi in manufatti di questo genere. Quali sono le ragioni per cui questa pratica era messa in atto?

In alcuni casi il motivo è semplicemente il gusto per ciò che è strano e insolito, il desiderio di possedere una rarità del genere, ad esempio un medico statunitense del XIX secolo se ne era fatto realizzare uno con la pelle di una sua paziente. 

Un altro motivo per cui si può realizzare un libro di pelle umana è per lasciare un ricordo del defunto: come le donne usavano portare gioielli contenenti capelli e altre escrescenze corporee, si poteva trasformare il caro estinto in un bel libro da esibire con gli ospiti. Poi ci sono state persone particolarmente vanitose (?) che hanno chiesto esse stesse di diventare libri: nel 1837 un bandito fece pubblicare un suo libro di avventure, e lasciò scritto che alla sua morte due copie di quest’opera avrebbero dovuto essere rilegate con la sua pelle, una copia era per un amico e un’altra per il suo medico curante.

C’è un’ultima ragione, che è di natura diciamo punitiva: perché in passato c’erano casi in cui i corpi dei condannati a morte non potevano essere seppelliti, proprio come parte del supplizio loro inferto, ad esempio secondo la legge inglese gli assassini non potevano essere seppelliti. Questi cadaveri potevano essere destinati a scopi scientifici, ma utilizzare la pelle del condannato per rilegare un libro era un modo per essere sicuri che quella persona non sarebbe mai stata sepolta. 


Meglio una morte orrenda che una pannocchia in bocca

di Camilla Magnani

Come sappiamo, la Biblioteca di Mezzanotte rappresenta una sorta di limbo, una specie di quasi-aldilà personale che cambia a seconda di chi ci capita. Ad esempio, credo che la mia Biblioteca di Mezzanotte forse potrebbe essere un Negozio di Dischi di Mezzanotte.

Ma di riflessioni e credenze attorno alla morte all’interno della storia ce ne sono state infinite.

Tutti conosciamo più o meno le più famose teorie legate alle religioni più praticate, ma oggi voglio parlarvi di alcune interessanti credenze. Per favore, però, non provatele a casa.

La maggior parte si lega al classico ritornello: ognuno quando muore va in un posto corrispondente al suo comportamento in vita. Ce lo ha insegnato anche Dante, no?

Ci sono tuttavia delle culture in cui il destino dipende dal modo in cui le persone sono morte. Assolutamente nessuna pressione quindi.

Nella cultura, Azteca, ad esempio, ci sono diversi luoghi dove un poteva finire dopo la morte.

I coraggiosi guerrieri morti in battaglia finivano in un paradiso situato ad est, dove il sole sorge per poi reincarnarsi in farfalle o colibrì quattro anni dopo. Le donne morte di parto, considerate tanto coraggiose quanti i guerrieri, erano destinate ad un paradiso ad ovest, dove il sole tramonta.

Coloro che morivano di una morte violenta come folgorazione, annegamento o malattie invasive, finivano in un altro paradiso tra i tredici cieli della cultura Azteca.

Ma che succedeva agli altri? Bene, se si moriva invece di vecchiaia, o malattie comuni o vergognose, si era destinati all’inferno.

Questo si lega al fatto che gli Aztechi consideravano molto onorevole e coraggioso morire anche giovani, facendo qualcosa di veramente importante, piuttosto che vigliaccamente evitare la morte cercando di sopravvivere il più possibile.

Io sinceramente me la vivrei malissimo. Cioè la scelta tra vivere bene e avere un’eternità orrenda o morire male e finire in paradiso mi rovinerebbe la vita.

I Maya, invece, sapevano di non poter scappare da un aldilà veramente terribilmente, chiamato Xibalba, letteralmente “Luogo spaventoso”, e quindi per farsi coraggio, seppellivano i morti con una pannocchia in bocca, affinché potesse nutrirsi di mais durante l’orrendo e pericoloso viaggio attraverso l’oltretomba. E per evitare tutto questo, anche qui, l’unica opzione era quella di morire malissimo. Se morivi malissimo ti potevi salvare. Che ansia.

Diversi culti si legano profondamente al corpo che rimane sulla Terra, anche quando si parla dell’aldilà. Sappiamo che gli Antichi Egizi mummificavano i morti perché volevano che il corpo stesso si conservasse integro una volta raggiunto l’oltretomba.

E gli Egizi non sono stati gli unici a mummificare i propri morti. Questa è un’usanza che è stata osservata, tra gli altri, anche dai Navajos, gli Inca e gli Aborigeni Australiani.

Ma voi lo sapevate che è possibile automummificarsi anche in vita? È una pratica chiamata sokushinbutsu, nata in Cina e perfezionata in Giappone dai monaci buddisti della setta Shugen-dō, una branca della scuola di Shingon. Senza entrare troppo nei tecnicismi, l’obiettivo del percorso di tremila giorni è diventare Buddha. Attraverso tre fasi, ciascuna della durata di mille giorni, i monaci alternano esercizio fisico a una dieta poverissima che produce una drastica perdita di peso. Nella seconda fase iniziano anche ad assumere un tè con un potentissimo contenuto di tossine che, non solo chiaramente avvelenano il corpo, ma fanno anche in modo che il corpo diventi tossico per le larve o insetti che se ne ciberebbero. Nell’ultima fase, il monaco è rinchiuso in una cripta di pietra, dove medita tutto il giorno e suona una campanella per segnalare che è ancora in vita. Nel momento in cui i discepoli non sentono più la campanella suonare, sappiamo che il monaco è morto. E da li si aspettano altri mille giorni per la mummificazione del corpo. Il corpo poi viene esposto e venerato come se fosse un dio. Ovviamente oggi è considerata una pratica illegalissima. L’ultimo monaco a sottoporsi alla pratica con successo è morto il secolo scorso e ad oggi si conservano ancora ben ventiquattro mummie, nella posizione del loto e con il tradizionale abito arancione addosso. Tutti questi resti vengono venerati come delle divinità.

Invece, alcune culture erano davvero terrorizzate dal fatto che il morto potesse in qualche modo scappare via. Proprio per questo molti, ad esempio in passato nelle Filippine, legavano mani e braccia del defunto e addirittura, specialmente tra la gente Tagbanua, c’era sempre qualcuno che stava sveglio tutta la notte durante le veglie, per fare in modo che il Bal Bal, un essere che ruba i cadaveri, non si fregasse il defunto. In alcune aree, invece, si credeva che non si potesse mai essere abbastanza attenti: il mostro era in grado di rubare il corpo e mettere al suo posto un casco di banane che poco dopo si sarebbe ritrasformato nel morto, con l’eccezione che una volta compiuta la sostituzione il nuovo cadavere non avrebbe avuto le impronte digitali.

Esisteva addirittura una piccola comunità che metteva una sigaretta accesa tra le labbra del morto dopo averlo messo a sedere su una sedia. Mi chiedo che tipo di concezione dell’aldilà abbiano ora. Probabilmente qualcosa di simile a Las Vegas.

In qualsiasi caso vi invito a cercare tutti i differenti culti dell’aldilà delle Filippine perché ce ne sono moltissimi e sono tutti estremamente diversi ed interessanti.

In quasi tutte le storie che ho letto, però, in molti sembrano davvero terrorizzati dai cadaveri al punto che durante il trasporto per tutte queste pratiche, il cadavere deve essere mosso con molta delicatezza, affinché non tocchi nulla, altrimenti questo potrebbe essere il segno che qualcun altro sta per morire. I partecipanti al funerale di solito facevano veglie lunghe fino a nove giorni, e bruciano tutti i vestiti e gli oggetti appartenenti al defunto, e alla fine della cerimonia si lavano i capelli con uno shampoo speciale, per potersi togliere di dosso l’essenza di morte che hanno respirato vicino al defunto.

Anche gli Anglo Sassoni della vecchia Inghilterra erano spaventati dai cadaveri. Ma al posto dello shampoo, i loro metodi per esorcizzare la morte erano un filino più violenti.

Dato che erano parecchio soliti a tagliare arti alle persone come punizione, spesso, quando c’erano dei tipi che erano proprio di cattivoni, quando li seppellivano facevano in modo di tagliare via le gambe, affinché non potessero scappare via dalla tomba e ritornare in vita.

E ancora, in Papua Nuova Guinea, dove esistevano i tradizionali Kulap, statuine di gesso che cambiavano a seconda del sesso del defunto, e che servivano come luogo temporaneo di riposo per il defunto, affinché non se ne andasse in giro per il villaggio a combinare pasticci. Solo dopo un rituale in cui il Kulap viene presentato al leader della comunità, il corpo del defunto finalmente può entrare nell’aldilà e il Kulap può essere tranquillamente distrutto.

Diversi culti, invece, in luoghi come l’Africa, sono legati alla natura. Secondo alcune credenze, ad esempio, noi verremmo dalle piante. Io probabilmente sarei un pothos.

In Africa, invece, per molte delle etnie Bantu, che coprono una buona parte dell’Africa sub-sahariana, la spiegazione della morte gira tutta intorno a due figure mitologiche: il camaleonte e la lucertola.

Ecco la leggenda: Dio chiama il camaleonte e gli chiede di portare un messaggio “Che gli uomini non muoiano!”. Il camaleonte, cammina, cammina, per andare a portare queste essenziali parole agli uomini. Solo che il camaleonte è un po’ lento e ogni due per tre si ferma a mangiare, un po’ come farei io.

Allora Dio, che a sto punto è un po’ inalberato, sia per il camaleonte, sia perché gli uomini non sembrano molto inclini a comportarsi bene, cosa fa? Chiama la lucertola e le dice, okay lucertola, ora vai dagli uomini e avvertili che ora invece dovranno morire. La lucertola gli dice “Ascolta Dio, ma sei sicuro? Non è che ci vuoi pensare un attimo? Fatti na tazza di tè…” e Dio dice “No, lucertola, non me ne frega nulla. Tu avvertili che devono morire. E già che ci sei dì a quel cretino di camaleonte che io non gli darò mai più i buoni pasto”.

La lucertola, mentre il camaleonte stava ancora ordinando il dessert, arriva dagli uomini e porta il messaggio.

Quando finalmente il camaleonte arriva dagli uomini, dopo aver lasciato pessime recensioni su Trip Advisor, si accorge che tutti hanno ormai accettato il messaggio della lucertola e nessuno è in grado di credergli.

Ed è proprio per questo che nelle aree in cui si è diffusa questa credenza, lucertola e camaleonte sono considerati animali sfortunati. Beh, te credo. Se solo Dio avesse fatto uno switch e avesse mandato la lucertola a dirci che dovevamo vivere forse adesso saremmo parecchio affamati, ma probabilmente immortali.

La natura è importante anche tra i miti irlandesi e scozzesi, dove tra le paludi, i fiumi e le colline si aggirerebbero le Banshee. Donne bellissime, dai capelli fluttuanti e con gli occhi perennemente arrossati dal pianto.

Fa parte del popolo fatato ed è spesso vestita di verde, con un sudario che le dà un’aria spettrale. In altri casi è descritta in modi diversi, come ad esempio: una donna pallida con un vestito bianco e capelli rossi, una vecchia donna con occhi spaventosi e, ultima ma non per importanza, una donna senza testa, nuda dalla vita in giù, che porta sempre con sé una ciotola piena di sangue.

Ce ne sono diverse in realtà, e sono tutte legate a differenti famiglie, specialmente quelle che hanno cognomi tradizionali, come quelle che iniziano con Mac o O’. Quando un membro della famiglia muore la Banshee piange disperata oppure grida di felicità quando a morire è qualcuno in una famiglia nemica.

Le Banshee appaiono nel momento in cui una persona sta per morire e, nonostante moltissime illustrazioni le fanno apparire come delle splendide fatine, in realtà sono catalogate come creature malvagie proprio per la loro associazione alla morte.

Il loro urlo di dolore è un presagio di morte e la loro leggenda è probabilmente collegata allo storicamente accertata tradizione del passato per cui, alla morte di un membro della comunità, le donne intonavano un canto di lamento.

Trovo tutte queste teorie interessanti. Sì, anche le più terrificanti. Anche le culture che avevano meno paura della morte, come quella vichinga, hanno comunque creato una loro versione della vita nell’aldilà.

Credo che non ci debba per forza essere una religione o una credenza migliore di altre o più vera di altre, perché la verità è che tutto quello che conosciamo è profondamente umano e ci racconta molto della visione del mondo di cui abbiamo bisogno.

Io ad esempio in questo momento sto pensando all’induismo, che crede nella reincarnazione. Perché se ci pensate bene, se state ascoltando la mia stupida voce in questo podcast, siete probabilmente arrivati qua dopo esservi reincarnati un milione di volte in piante, insetti o altri animali. Pensate che fortuna. 

10 Bizarre Customs For Entering The Afterlife

9 Myths & Beliefs About Death In Cultures From Around The World

GHOULS: Corpse Thieves of Philippine Folklore • THE ASWANG PROJECT

Il Libro dei Morti e il passaggio nell’aldilà dell’Antica Civiltà Egizia. | SvelaTo by Somewhere | Le curiosità di Torino: non solo Tour

In Hinduism, how many incarnations does a soul have? Or how many births can a soul have?

Legend of the Banshee

Chop chop! Three bizarre beheadings in Anglo-Saxon England

Ancient Aztec Perspective on Death and Afterlife – The Christi Center


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